Un fiume di rifiuti pericolosi ha attraversato in questi anni le strade dell’Umbria per avviarsi, attraverso la statale val di Chienti, in un comune del maceratese, Corridonia.
Sono, infatti, centomila tonnellate i rifiuti pericolosi, compresi scarti della raffineria di Gela, smaltiti illegalmente fra il 2005 e il 2009 in discariche italiane ed europee, con la copertura di un ufficiale di polizia giudiziaria in servizio presso la procura della Repubblica di Macerata, sospettato di intascare tangenti per insabbiare i controlli.
In particolare gli scarti del petrolchimico siciliano: melme, terre e rocce da scavo, miscele di rifiuti pericolosi, fanghi industriali, filtri, ceneri pesanti, fanghi di perforazione, polveri di caldaia e altre sostanze tossico-nocive, contaminate da arsenico, cromo, rame, piombo, zinco e idrocarburi, avrebbero dovuto essere trattati come rifiuti speciali pericolosi, invece, venivano ‘ripuliti’ solo sulla carta, per risparmiare sui costi di gestione di macchinari e procedure, e avviati a discariche pubbliche, come normali rifiuti.
Gli impianti, fra questi la discarica ‘Senesi’ di Morrovalle (Macerata), accettavano i carichi sapendo che erano incompatibili con le proprie autorizzazioni, e che avrebbero messo a rischio la salute dei cittadini.
Tutto è stato scoperto con l’operazione ‘Ragnatela’, condotta dai carabinieri del Noe di Ancona e coordinata dalla procura di Napoli, che ha sgominato un’organizzazione criminale con base nelle Marche, presso la Eco service srl di Corridonia (Macerata), un gruppo industriale attivo nella gestione integrata dei rifiuti, e diramazioni in Campania, Lombardia, Puglia, Abruzzo, Lazio e Sicilia.
Trenta gli indagati, di cui cinque finiti in carcere e quattro agli arresti domiciliari su ordine del gip di Napoli.
Sotto sequestro la Eco Service e tutti i suoi impianti e mezzi di trasporto, insieme a 90 mila euro di tributi non versati alle Regioni Marche e Puglia per il pagamento dell’ecotassa.
Un business da 5 milioni di euro per l’organizzazione malavitosa, che poteva contare sulla collaborazione compiacente di produttori, trasportatori, laboratori di analisi e impianti di gestione e discariche di mezza Italia.
Accompagnati da formulari, certificati e registri di carico e scarico falsificati, gli scarti, provenienti in genere dal centro-sud (anche dall’azienda multiservizi di Roma e da un sito dismesso di Colleferro) erano diretti nelle Marche, o in discariche della Puglia, dell’Abruzzo, della Lombardia e della Germania, per essere smaltiti dopo essere transitati nell’impianto di Corridonia per un trattamento specializzato fittizio.
- Redazione
- 17 Luglio 2010









