Il nuovo rapporto Almalaurea illustra la attuale condizione occupazionale dei neolaureati.
La disoccupazione giovanile e ha raggiunto livelli vicini al 30% con la presenza di aree di rischio per molti giovani che non riescono nemmeno ad assolvere l’obbligo formativo e rimangono in un limbo di inattività senza studiare, né lavorare.
La disoccupazione giovanile e ha raggiunto livelli vicini al 30% con la presenza di aree di rischio per molti giovani che non riescono nemmeno ad assolvere l’obbligo formativo e rimangono in un limbo di inattività senza studiare, né lavorare.
Una delle criticità storiche del nostro mercato del lavoro è costituito dalla lunghezza di transizione tra percorsi di istruzione e formazione e lavoro ed il cronico disallineamento tra offerta e domanda di lavoro.
I giovani, nel nostro paese, continuano ad essere una “risorsa scarsa”: il numero dei diciannovenni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni.
I giovani, nel nostro paese, continuano ad essere una “risorsa scarsa”: il numero dei diciannovenni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni.
Un luogo comune che va confutato è che l’Italia sforni troppi laureati: in realtà la crescita dei laureati, significativa negli anni passati, si è arrestata, così come si riscontra una diminuzione nel numero di iscrizioni delle matricole nelle Università.
In ogni caso, la quota di laureati presenti nel nostro paese è circa la metà dell’obiettivo proposto dalla Commissione Europea nel piano Europa 2020 (il 19% della popolazione di età tra i 30 ed i 34 anni a fronte di un obiettivo del 40%).
In ogni caso, la quota di laureati presenti nel nostro paese è circa la metà dell’obiettivo proposto dalla Commissione Europea nel piano Europa 2020 (il 19% della popolazione di età tra i 30 ed i 34 anni a fronte di un obiettivo del 40%).
L’Italia è poi al terzultimo posto per finanziamento, pubblico e privato, al sistema universitario cui si affianca una bassa spesa complessiva in ricerca e sviluppo (solo l’1,23% del Pil a fronte del 2,63% , ad esempio, della Germania).
Ma il vero problema, evidenziato dai dati dell’indagine Almalaurea e dall’indagine Excelsior-Unioncamere è il disallineamento delle competenze dei neolaureati rispetto alle caratteristiche del mercato del lavoro.
Oltre alle differenze di qualità tra domanda e offerta di lavoro, molta influenza è dovuta, anche dalla massiccia presenza nel sistema produttivo italiano ed umbro di imprese piccole e molto piccole, spesso non molto innovative, poco orientate alla richiesta di personale dotato di titoli di studio elevati.
Oltre alle differenze di qualità tra domanda e offerta di lavoro, molta influenza è dovuta, anche dalla massiccia presenza nel sistema produttivo italiano ed umbro di imprese piccole e molto piccole, spesso non molto innovative, poco orientate alla richiesta di personale dotato di titoli di studio elevati.
Conseguenza di ciò è che aumenta ulteriormente la disoccupazione fra i laureati triennali (anche se in misura inferiore rispetto all’anno passato: dal 15 al 16% (l’anno precedente l’incremento era stato prossimo ai 4 punti percentuali).
La disoccupazione cresce anche fra i laureati specialistici biennali,: dal 16 al 18% (la precedente rilevazione aveva evidenziato una crescita di oltre 5 punti percentuali). Ma cresce anche fra gli specialistici a ciclo unico: dal 14 al 16,5% (rispetto all’aumento di 5 punti percentuali registrato dall’indagine precedente).
La disoccupazione cresce anche fra i laureati specialistici biennali,: dal 16 al 18% (la precedente rilevazione aveva evidenziato una crescita di oltre 5 punti percentuali). Ma cresce anche fra gli specialistici a ciclo unico: dal 14 al 16,5% (rispetto all’aumento di 5 punti percentuali registrato dall’indagine precedente).
Diminuisce il lavoro stabile in misura superiore alla contrazione registrata l’anno precedente per i laureati di ogni livello.
Contemporaneamente si dilata anche la consistenza del lavoro atipico.
La stabilità riguarda così il 46% dei laureati occupati di primo livello e il 35% dei laureati magistrali (con una riduzione, in entrambi i casi, di 3 punti percentuali rispetto all’indagine 2009).
I laureati occupati senza contratto, a un anno, raddoppiano nel collettivo degli specialistici biennali raggiungendo il 7%; per i laureati di primo livello i “senza contratto” passano dal 3,8 al 6%; gli specialistici a ciclo unico, che registrano da sempre un valore più elevato, passano dall’8 a quasi all’11%.
Ad essi vanno aggiunte le tante esperienze di stage e tirocini che troppo spesso nascondono un lavoro subordinato a bassissimo o nullo costo per le imprese.
Contemporaneamente si dilata anche la consistenza del lavoro atipico.
La stabilità riguarda così il 46% dei laureati occupati di primo livello e il 35% dei laureati magistrali (con una riduzione, in entrambi i casi, di 3 punti percentuali rispetto all’indagine 2009).
I laureati occupati senza contratto, a un anno, raddoppiano nel collettivo degli specialistici biennali raggiungendo il 7%; per i laureati di primo livello i “senza contratto” passano dal 3,8 al 6%; gli specialistici a ciclo unico, che registrano da sempre un valore più elevato, passano dall’8 a quasi all’11%.
Ad essi vanno aggiunte le tante esperienze di stage e tirocini che troppo spesso nascondono un lavoro subordinato a bassissimo o nullo costo per le imprese.
Altro segnale preoccupante è quello relativo alle retribuzioni che, ad un anno dalla laurea, già modeste (pari ai 1.150 euro per i laureati di primo livello e di poco al di sotto di 1.100 euro per i titoli magistrali), perdono ulteriormente potere d’acquisto rispetto alle indagini precedenti: la contrazione lievita fino al 4% tra i triennali e gli specialistici a ciclo unico, al 5% tra gli specialistici biennali.
Particolarmente significativo è poi l’approfondimento sui laureati pre riforma a cinque anni del conseguimento del titolo. Il tasso di occupazione risulta sostanzialmente stabile (l’81%), ma va detto che analizzando i dati più recenti si assiste a un significativo peggioramento, pur con un tasso di occupazione stabile significativo, intorno al 70% degli intervistati.
Il divario occupazionale tra laureati e laureate e le differenze retributive segnalano quanto ancora le donne, in questo caso tra quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro. Tra i laureati specialistici biennali, a un anno dalla laurea, il divario è di 6 punti percentuali: lavora il 59% degli uomini e il 53% delle donne.
Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, il divario di genere, lungi dal ridursi, tende in generale ad accentuarsi: ciò non solo per quanto riguarda la quota di occupati ma anche in termini retributivi: a cinque anni dalla laurea, sottolinea Alamalaurea, gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: il differenziale, pari al 30%, è dato da 1.519 euro per gli uomini e 1.167 euro per le donne.
Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, il divario di genere, lungi dal ridursi, tende in generale ad accentuarsi: ciò non solo per quanto riguarda la quota di occupati ma anche in termini retributivi: a cinque anni dalla laurea, sottolinea Alamalaurea, gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: il differenziale, pari al 30%, è dato da 1.519 euro per gli uomini e 1.167 euro per le donne.
Un segnale che qualche cosa non fila nelle conclusioni delle indagini è però quello della crescita dei neolaureati che trovano lavoro all’estero e che, in un solo anno, sono passati dal 3% del totale al 4,5%.
Non vanno nei paesi del terzo o quarto mondo dove le loro conoscenze, quand’anche fossero scarse, magari brillerebbero; vanno in paesi molto più evoluti e concorrenziali sul mercato globale e vengono accolti a braccia aperte.
Il problema è forse proprio l’inverso di quel che si vuole accreditare da parte del mondo vicino a quello imprenditoriale: i neolaureati italiani sono troppo preparati per aziende vecchie, sclerotiche come e peggio delle pubbliche amministrazioni, refrattarie all’innovazione e forse anche a persone che sappiano pensare con la loro testa e non si limitano a dire "si padrone".
Forse a scuola dovrebbero tornare tanti presunti "manager" ed imprenditori d’assalto capaci soprattuto di "rivoltare frittate"
Non vanno nei paesi del terzo o quarto mondo dove le loro conoscenze, quand’anche fossero scarse, magari brillerebbero; vanno in paesi molto più evoluti e concorrenziali sul mercato globale e vengono accolti a braccia aperte.
Il problema è forse proprio l’inverso di quel che si vuole accreditare da parte del mondo vicino a quello imprenditoriale: i neolaureati italiani sono troppo preparati per aziende vecchie, sclerotiche come e peggio delle pubbliche amministrazioni, refrattarie all’innovazione e forse anche a persone che sappiano pensare con la loro testa e non si limitano a dire "si padrone".
Forse a scuola dovrebbero tornare tanti presunti "manager" ed imprenditori d’assalto capaci soprattuto di "rivoltare frittate"













