Un disegno di legge in discussione al Parlamento triplicherebbe l'importo dei lavori per i quali si potrebbe fare a meno di fare gare pubbliche
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Gli “affidamenti” da parte delle pubbliche amministrazioni, sia che interessino persone o aziende, lavori o servizi, sono immancabilmente oggetto di sospetto anche quando avvengono dopo rigorose, almeno formalmente, procedure pubbliche.

Ancor più quando gli affidamenti avvengono a trattativa provata perché molti ritengono che questa sia la strada privilegiata dal voto di scambio, che si può esercitare per cifre non appariscenti, quelle però che interessano le persone singole o le aziende familiari.

Il sospetto è generato dal termine “privata” che fa pensare, purtroppo anche a qualche amministratore
  e ne sono esempio alcuni regolamenti, che questa trattativa possa avvenire senza limiti con un soggetto scelto del tutto discrezionalmente.

Ma a monte dei regolamenti e leggi ordinarie c’è pur sempre la Costituzione che impone “pari opportunità” a chiunque, in modo imparziale, mitigato solo dalla necessità di esplicare un’azione pubblica all’insegna dell’economia.
Pertanto chi prende la scorciatoia troppo a cuor leggero non può stare tranquillo se non ha nemmeno un po’ cercato di far sapere la cosa, prima, per almeno dare l’impressione di ricercare la soluzione migliore: tecnica ed economica

Quando si fa una gara pubblica gli oneri preventivi che una pubblica amministrazione deve sostenere sono sicuramente numerosi e di un importo che per piccoli appalti potrebbe “mangiarsi” i presumibili risparmi provenienti dalla “concorrenza”.
Ma ora nel ddl per lo statuto delle imprese si prevede di triplicare l’importo –  da 500 mila a un milione e 500 mila euro – entro cui si potrà effettuare la trattativa privata.

Rispetto al 2010, verrebbe sottratto al mercato circa il 76% dei bandi di gara e il 16 per cento in termini di importo. In termine di valore equivarrebbe a sottrarre al mercato circa 5,1 miliardi di lavori pubblici su un totale di 32,9 miliardi d’investimenti pubblici.

Su questa novità forte l’opposizione in Umbria.
l’Assessorato regionale all’edilizia pubblica prospetta conseguenze dirompenti per il mercato delle costruzioni ed ha chiamato a raccolta i parlamentari umbri.

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