Migliaia di africani che vivono dei prodotti della terra sono espulsi dalle multinazionali straniere che acquisiscono sempre più vaste aree per produzioni di tipo industriale a bassa intensità di lavoro
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“Per chi suona la campana” è un’efficace espressione per dire che quello che succede nel mondo, ovunque accada ed a chi accada interessa direttamente chiunque indipendentemente da chi sia e da dove sia.
L’espressione è valida anche di fronte all’ondata di immigrazione dall’Africa che si sta riversando sulle coste mediterranee e quindi in Italia ed Europa.
A muovere le moltitudini non è solo l’immagine che il nord del mondo offre a gente disperata e senza futuro: un giardino terrestre in cui è facile vivere.

La fame è il fattore principale che muove i popoli, sia quando fanno le rivoluzioni che quando fuggono lontano dalla loro terra.
Ed è il mondo capitalistico, d’oriente ed occidente, che sta privando intere popolazioni dell’unico mezzo di sostentamento che hanno: la terra.
In Africa adesso ci sono ogni giorno migliaia di famiglie di contadini espulsi con la forza dalle loro terre e privati dei loro prodotti, fonte della loro sussistenza.

I dati sono difficili da raccogliere, ma la Fao ha stimato che  solo dal 2004 al 2009, ma il fenomeno è in crescita esponenziale, in Etiopia, Ghana, Madagascar e Mali  circa due milioni di ettari di terra sono stati trasferiti a proprietari stranieri: 100.000 ettari nel Mali, 452.500 ettari in Madagascar, 150.000 ettari in Etiopia.
Il Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite in un recente inventario ufficiale ha trovato ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi.
Perdere la terra per tanti africani significa perdere le radici, oltre che la possibilità di sopravvivere, ed allora non resta che il miraggio dell’Europa

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