Se si analizzano le morti bianche rispetto alla popolazione ‘occupata’, l'Umbria è quinta in graduatoria: la provincia di Terni 8° e quella di Perugia 64ma.
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Il bollettino delle morti bianche è forse l’unico indicatore sufficientemente veritiero dell’andamento degli infortuni sul lavoro in Italia.
Le morti sul lavoro non si possono totalmente nascondere anche se episodi di tal genere non mancano nel vasto settore dell’impiego di manodopera in nero.
Ed allora l’andamento degli infortuni mortali smonta le dichiarazioni di quanti hanno creduto che il fenomeno infortuni sia in diminuzione.

Nel 2011, infatti,  ci sono state ben 40 vite spezzate in più nei primi cinque mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2010.
Sono 202
le vittime del lavoro registrate nel Paese dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering di Mestre : il 17 per cento in più dello scorso anno. Perché se nei primi cinque mesi del 2010 il numero dei decessi rilevati nei luoghi di lavoro arrivava a 172 quest’anno la cifra sale drammaticamente a 202.

E l’ Umbria fa, purtroppo, la sua parte alla grande se si analizzano le morti bianche rispetto alla popolazione ‘occupata’.
Sono le regioni più piccole a salire in cima alla classifica. Cominciando proprio dalla Valle D’Aosta che fa rilevare un indice di incidenza sugli occupati pari a 53,2 contro una media nazionale di 12,8. Secondo l’Abruzzo con un indice di 24,3, terza la Basilicata (21), quarta la Sardegna (16,9) e quinta è l’Umbria (13,7).
Decisamente al di sotto della media i valori della maggior parte delle regioni che sono in cima alla graduatoria in termini assoluti. Ecco quindi che l’indice della Lombardia è pari a 6, quello del Piemonte e dell’Emilia Romagna a 10,2, del Veneto (7,1).


Sempre l’agricoltura il settore più pericoloso con il 37,6 per cento delle morti bianche registrate,  seguita dal settore delle costruzioni (23,8 per cento delle vittime
).
Sconfortante è poi il confronto tra le morti bianche in agricoltura registrate dagli esperti di Vega Engineering nei primi cinque mesi del 2010 (70) con quelle di quest’anno (76).
E lo stesso vale per il settore delle Costruzioni: . erano 41 lo scorso anno a fine maggio e ora sono 48
.
Mentre relativamente meno preoccupanti sono le percentuali delle vittime del lavoro registrate nel commercio all’ingrosso e al dettaglio e nelle attività artigianali (11,4 per cento), nei trasporti, magazzinaggi e comunicazioni (5 per cento), nei servizi (5,4 per cento), nella produzione distribuzione manutenzione di energia elettrica, acqua e gas (4 per cento); nello smaltimento rifiuti (2). E ancora l’1,5 per cento nell’industria alimentare.

La caduta dall’alto, poi, è la prima causa di morte (25,7 per cento del totale delle morti bianche), seguita dallo schiacciamento dovuto alla caduta di oggetti pesanti (18,8 per cento). Ricordiamo che la caduta dall’alto tra gennaio e aprile 2010 aveva provocato la morte di 41 lavoratori e quest’anno le vittime sono 52. Un dato drammatico che testimonia quanto ancora vengano trascurate le misure preventive e di formazione dei lavoratori per i lavori in quota.
Si continua a morire piuttosto frequentemente per il ribaltamento di un veicolo o di un mezzo in movimento (21,8 per cento dei casi), per investimento di mezzo semovente (6,4 per cento) e per contatto con organi lavoratori in movimento (6,4 per cento). La morte seguita ad un’esplosione riguarda il 2,5 per cento delle croci bianche, l’incendio (1,5) mentre il contatto con mezzi in movimento conta 5,9 per cento delle vittime.

Tra le 202 persone che hanno perso la vita al lavoro nei primi cinque mesi dell’anno, le donne sono 5 mentre gli stranieri sono 22 (cinque solo nel mese di maggio), ovvero il 10,9 per cento del totale. Rumeni ed albanesi sono maggiormente coinvolti nel dramma.
La fascia d’età più a rischio è sempre quella che va dai 40 ai 49 anni con 48 vittime (erano 41 a fine aprile) e rappresentano il 23,9 per cento delle morti bianche. Seguono quindi i cinquantenni (40 vittime) e i trentenni (39). Gli ultrasessantenni deceduti sul lavoro sono 57 (erano 45 alla fine del primo quadrimestre).
Nell’elaborazione dei giorni della settimana in cui si perde la vita è il martedì a ‘diventare il giorno più nero con il 20,8 per cento degli eventi mortali, seguito dal mercoledì (17,3 per cento). Ma i racconti di morte sul lavoro non si sospendono neppure nel fine settimana: tra venerdì, sabato e domenica continua a consumarsi più del 30 per cento delle tragedie. Il 10 per cento solo il sabato.
 

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