Maggior consapevolezza dei diritti e ribellione ai ritmi di lavoro infernali da parte dei dipendenti stanno spingendo le aziende che avevano delocalizzato la loro produzione in Cina a concedere sostanziosi aumenti ai loro dipendenti o a cercare altri paesi da "infettare"
operai-cnesi
La “sindrome cinese” sembra in via di rallentamento nel paese dove ha avuto le prime manifestazioni, anche se è ancora virulenta nei paesi che si sono infettati dopo.
A conferma il fatto che dall’ultimo rapporto sulla Cina della società di executive search, Michael Page emerge che il 75% delle aziende che operano in Cina, per evitare la fuga di tecnici, impiegati e manager, dovrà concedere sostanziosi aumenti nella paga base e nei premi. Anche il costo della vita è aumentato in modo vertiginoso e chi può si trasferisce altrove.

Per i datori di lavoro s’è messo in modo “una macchina infernale”: appena una persona comincia a funzionare è già pronta ad andarsene. Lo stesso fenomeno è riscontrabile a livello di fabbriche.
La maggior parte degli operai in Cina che lavorano nelle cosiddette ‘città costiere’ viene da Province interne che distano migliaia di chilometri. Vivono male, ammassati in dormitori scomodi, con orari impossibili e l’unica libertà che hanno è quella di cambiare datore di lavoro anche per pochi yuan in più.
I lavoratori cinesi sono diventati anche più consapevoli dei loro diritti. Da quando è entrata in vigore la nuova legge sul lavoro ci sono 400mila richieste di arbitrato per conflitti aperti, nonostante aumenti annui pari, in media (così almeno i dati ufficiali) al 17 per cento.

Le aziende che avevano delocalizzato la loro produzione in Cina, esclusivamente in virtù dei bassi costi e bassi diritti del lavoro, puntano ora su altri paesi della Asia dove poter portare l’infezione, ma dovunque vadano non troveranno un paese così grande come quello che abbandonano e c’è quindi la speranza che la “sindrome” mondiale che hanno causato poco per volta scemerà.
 

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