Mentre nel viterbese i primi lanci dell'insetto, che combatte le distruttive vespe che seccano le piante di castagno, sono avvenuti già nel 2011, in Umbria si parla solo ora di iniziare gli studi sul da farsi come se le esperienze fuori regioni riguardassero altre realtà
cinipede-castagno-foto

Era l’aprile del 2009 quando su queste pagine lanciammo l’allarme sulla sopravvivenza dei castagneti umbri
: “ I castagneti autoctoni delle colline dell’Aviglianese-Tuderte come quelli del Viterbese, come quelli di tutta Italia, sono destinati all’estinzione a causa dell’infestazione ormai fuori controllo del cinipide del castagno, il parassita arrivato dalla Cina in grado di uccidere le piante. “

Riportammo anche l’opinione del professor Giovanni Bosio del Servizio fitosanitario della Regione Piemonte,  secondo il quale “sono mancati prima i dovuti controlli e mancano tuttora i divieti di vendere materiale castanifero infetto.
I vivai continuano a vendere tale merce, senza che nessuno faccia luce sulle responsabilità civili e penali derivanti dal disastro ambientale ed economico che stanno provocando.”

Questo nonostante che un decreto ministeriale del 2007, in attuazione di una direttiva comunitaria, prescrivesse la lotta obbligatoria all’insetto e prevedesse che le Regioni conducessero un monitoraggio annuale al fine di accertare la presenza del parassita e ne comunicassero gli esiti al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali entro il 30 novembre di ogni anno.

Ma, a dimostrare che l’agricoltura viene spesso lasciata a se stessa proprio quando ce n’è bisogno, il decreto prescriveva « Le misure obbligatorie derivanti dall’applicazione del presente decreto sono a cura e spese dei proprietari o conduttori, a qualsiasi titolo, dei luoghi ove sono presenti piante sensibili.”

C’era anche chi aveva già allora recitato il De profundis, infatti, il professor Roberto Botta dell’Università di Torino aveva sostenuto che «i castagneti autoctoni sono destinati a scomparire» e l’unica soluzione attualmente disponibile è «la loro sostituzione con i cultivar proveniente da Spagna, Francia, Portogallo, Usa e un ibrido Giapponese che sono più resistenti all’infestazione».

Da allora s’è perso tempo, anche se c’è ancora la possibilità di impiantare cultivar più resistenti, magari studiando innesti che possano salvare la qualità della castagna locale.
Ma soprattutto s’è andati troppo lenti nel mettere in atto i piani di salvataggio che, sempre su queste pagine, avevamo indicato come possibili.

Infatti, a Caprarola (Viterbo), nell’azienda sperimentale Arsial, già nel 2011 era stato aperto il primo Centro di Moltiplicazione e Allevamento del ‘Torymus’, l’insetto antagonista per la lotta biologica al cinipide del castagno ed effettuati i primi lanci.

In Toscana fin dal 2010, è stato avviato un progetto speciale triennale di controllo biologico del cinipide attraverso il lancio di un suo antagonista naturale, il Torymus sinensis, allevato dall’Università di Torino.
I lanci sul territorio toscano del Torymus sinensis sono stati, a giugno 2011, già 27 e hanno interessato tutte le località nelle quali gli enti locali e i tecnici regionali avevano individutao la maggiore probabilità di acclimatazione dell’insetto utile.
E già i primi risultati sono stati raggiunti perchè il Torymus ha cominciato a moltiplicarsi dando luogo alle prime generazioni autoctone in grado di combattere il cinipide.
Il processo di riequilibrio fra insetto dannoso e insetto utile- dicono dunque gli esperti- è già iniziato.
 

In Umbria si è ancora ai progetti e nelle zone delle tre M: Morre, Morruzze, Melezzole e Tuscolano s’è verificato quello che temevamo a febbraio scorso.
La produzione di castagne ha subito un calo intorno all’80%, ma soprattutto rischia di scomparire un pezzo importante del paesaggio umbro e con esso forse compariranno ulteriori manifestazioni di dissesto idrogeologico, mentre anche le popolazioni abbandoneranno quelle zone in cui il reddito andrà scemando innescando un meccanismo catastrofico.

 

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