In uno scenario globale denso di incertezze e di criticità, con un rischio di avvitamento dell’economia europea e internazionale e prospettive non incoraggianti, a cui l’Italia non si sottrae, l’Umbria fatica a trovare percorsi per una ripresa forte e duratura dopo aver risentito più che altrove della crisi economica.
È quanto emerge, in sintesi, dal documento di analisi, elaborato dai Servizi Programmazione strategica generale e Controllo strategico e valutazione politiche della Direzione Programmazione, innovazione e competitività dell’Umbria quale ausilio e orientamento alla discussione del Tavolo generale “Alleanza per lo sviluppo – Umbria 2015”.
Il 2013, secondo le proiezioni del Governo, sarà ancora un anno difficile per l’economia del Paese.
Anche per buona parte del prossimo anno aumenterà la pressione fiscale, la disoccupazione continuerà a crescere – specie quella giovanile – mentre si assisterà alla decrescita dei salari reali con l’ulteriore aumento dei prezzi e la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, il cui reddito reale disponibile è in calo continuo da ormai cinque anni, fenomeno mai registrato nel dopoguerra.
Il contesto di bassa crescita e di stagnazione ha investito pesantemente l’Umbria, che si è presentata all’appuntamento con la crisi del 2009 portandosi dietro alcune criticità di medio lungo periodo.
Il rischio di veder ridimensionati gli standard di benessere dell’Umbria rispetto ai dati medi del Paese non è scongiurato, anche tenendo conto delle politiche di forte contrazione delle capacità di intervento del pubblico nelle aree del welfare (prestazioni sociali, ma anche cassa integrazione) e nelle aree di un possibile stimolo alla domanda.
Il sistema regionale, nel 2009, paga un prezzo notevolmente superiore al resto d’Italia nel commercio e turismo e – in modo particolarmente severo – nell’industria in senso stretto, mentre gli altri servizi di mercato “hanno tenuto”, confermando l’impressione di una composizione più orientata ad attività “protette”.
Una Umbria che poi riparte nel post-crisi abbastanza bene nel terziario di mercato e tiene meglio nelle costruzioni, ma non riesce a reggere il ritmo del resto del Centro Nord nell’industria in senso stretto e nell’agricoltura (che fino al 2009 era invece il settore regionale con le migliori performance).
Il sistema delle imprese regionali è stato tenuto in piedi soprattutto dalle imprese di dimensioni più grandi, con una organizzazione migliore, con una maggior facilità di accesso al credito e con una capacità di innovazione e di risposta alle sfide della globalizzazione più spiccata e un maggior orientamento all’export.
Le imprese più piccole – la maggior parte delle imprese umbre – e più orientate al soddisfacimento della domanda interna hanno invece pagato e stanno pagando, soprattutto in questa seconda fase di crisi, un prezzo molto caro alla riduzione dei consumi e, più delle altre, scontano i problemi di scarsa liquidità e di difficoltà di accesso al credito.
Si tratta di agricoltori, imprenditori, artigiani, operatori del commercio e del turismo che hanno portato avanti progetti d’impresa con fatica, salvaguardando anche la loro manodopera più che altrove, ottenendo anche risultati buoni ma senza riuscire a “svoltare”, che hanno prosciugato pian piano i loro margini e che, all’arrivo della crisi, si sono trovati più in difficoltà dei colleghi di altre regioni.
La composizione “qualitativa” dell’industria manifatturiera (quota di addetti ai settori produttori o utilizzatori di ICT e ai settori ad elevata qualificazione del lavoro) ha risentito degli effetti della crisi, con un conseguente ulteriore lieve allontanamento in negativo dagli standard nazionali che hanno invece registrato un leggero progresso.
Anche il secondo motore dell’economia regionale – il turismo – resta molto esposto alle dinamiche della crisi e, pur in presenza di una sostanziale tenuta dei flussi turistici, non sembra riuscire a trainare in maniera sufficientemente decisa l’economia regionale.
Un leggero progresso si osserva nella quota di presenze in alberghi, che è il segmento turistico a maggiore impatto sulla economia regionale, e in generale per le imprese di “gamma più alta”, mentre soffrono di più le altre.
Nel documento si ricorda come l’Umbria – soprattutto in alcune aree – benefici, ancor più in questa fase di difficoltà, del ruolo del settore pubblico che ha in qualche modo assicurato la tenuta di posti di lavoro, retribuzioni, livelli di spesa e – anche se in misura progressivamente ridotta – di investimenti sul territorio.
Un ruolo che anch’esso, inevitabilmente, dovrà essere rivisto.
In sintesi, l’Umbria ha risentito più che altrove della crisi economica, e ciò soprattutto sul versante delle famiglie, come mostra l’andamento dei loro consumi, negativo anche nel 2011; a causa delle caratteristiche “strutturali” dell’Umbria, la crisi ha investito il mondo delle imprese, che perdono in produttività (nel medio termine) ed in valore aggiunto nonostante investano in media più di quanto accade nel resto d’Italia.
La composizione settoriale dell’economia umbra, che si modifica in favore del settore servizi – soprattutto quelli non di mercato – e la sostenuta dinamica della popolazione (in seguito all’arrivo di molti immigrati, spesso impiegati nei settori che “tengono” come agricoltura e servizi alla persona) è la spiegazione “tecnica” dell’andamento molto meno dinamico che nel resto d’Italia del Pil per abitante.
Dall’analisi del complesso dei dati macroeconomici, sia congiunturali sia strutturali, emerge dunque il rischio di un avvitamento della crisi in misura superiore alla media nazionale, con un’economia regionale “impantanata” e che fatica – in un contesto nazionale negativo – a trovare percorsi per una ripresa forte e duratura.











