Gli argomenti non mancano, anche se ci si dimentica un altro noto detto “ogni popolo ha il governo che si merita”.
Confcommercio-Federalberghi, Confesercenti e Confindustria rispondono al Comune di Perugia, con toni duri sulla vicenda che è partita dalla decisione di applicare l’imposta di soggiorno
58 mila euro versati prima ancora di “aprire bottega”, a prescindere quindi dalla redditività dell’impresa – e della sua reale produzione di rifiuti, visto che gli alberghi pagano il vuoto come se fosse pieno – e con l’aggravante, a Perugia, dell’aliquota massima IMU sugli immobili strumentali, nonostante le indicazioni dell’IFEL, Istituto per la Finanza e le Economie locali, secondo il quale i Comuni avrebbero dovuto applicare a negozi, bar, alberghi, ristoranti etc. l’aliquota ordinaria, lo 0,76%, con la sola possibilità di applicare riduzioni, e non maggiorazioni, sugli immobili strumentali.
Di fronte a queste cifre, ci chiediamo cosa intenda il Comune di Perugia quando parla di “contribuzione molto limitata del settore del commercio e della ricettività” e quale sia la soglia oltre la quale il Comune è disposto a riconoscere come “adeguato” il “sostegno finanziario” offerto dalle imprese”.
Così le organizzazioni imprenditoriali, manifestano profonda insoddisfazione non solo per la scelta di imporre a Perugia l’imposta di soggiorno, ma anche per le motivazioni addotte dall’amministrazione comunale del capoluogo.
“La pressione di tasse e tariffe sulle imprese – aggiungono le tre associazioni – è arrivata ad un livello non più sopportabile.
Tra le imprese cresce seriamente il malcontento, insieme alla preoccupazione per un futuro reso ancora più incerto da scelte scellerate come quella della imposta di soggiorno, che renderà ancora meno appetibile l’offerta turistica del capoluogo.
Al danno che questa scelta porterà, non solo al commercio e al settore ricettivo ma a tutta l’economia che trae beneficio dal turismo, il Comune non può aggiungere la beffa di non riconoscere quanto gli imprenditori perugini versano nelle casse del Comune. Dimenticando, peraltro, che dallo stesso fronte provengono ad esempio anche i contributi destinati ai grandi eventi da parte del sistema camerale, che è totalmente finanziato dalle imprese.
Se il contributo delle imprese oggi non è finalizzato a finanziare beni culturali, ambientali e servizi pubblici – per i quali invece ci si dice costretti ad adottare l’imposta di soggiorno – ci si chiede allora dove finiscano questi soldi.
Forse ad alimentare una macchina pubblica che – pur nella crisi che impone a tutti un cambio di mentalità e di rotta – non accenna a dare ai cittadini e alle imprese segnali credibili di spending review? Che non significa tagli ai servizi – come vogliono farci credere – ma azioni dirette a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica”.
nfatti la Cisl, per bocca del segretario regionale della Funzione Pubblica, che rappresenta i lavoratori pubblici di hiara di aver appreso “ con stupore dalla stampa che a livello regionale gli enti pubblici non abbiano attivato il processo di eliminazione degli sprechi e degli eccessi nell’utilizzo delle risorse pubbliche.
Il riferimento del segretario generale regionale Fp Cisl Umbria Ubaldo Pascolini – si afferma in un comunicato – “è al mancato taglio deciso alle auto blu e grigie. Nel quale gli enti dell’Umbria risultano, dai dati del Ministero della funzione pubblica, come gli enti che a livello nazionale abbiano operato minor tagli.
In particolar modo – sottolinea il segretario- di 100 auto blu ne abbiano tagliate solamente 9 e di 1281 auto di servizio ne abbiano tagliate 12. Si tratta del 2,5 per cento del parco delle auto nazionale.
Auto blu o auto a disposizione dei presidenti e delle giunte a tutti i livelli in maniera spesso impropria 24 ore su 24 e con relativi autisti”.
“In giunta regionale –spiega Pascolini- oltre a 3 direttori generali ne viene nominato uno ulteriore e ci sono altri 5 coordinatori di ambito (ex direttori) che percepiscono gli stessi emolumenti dei direttori generali, con annessi accessori. Tra l’altro, l’incardinamento di questi alti dirigenti è scollegato nelle funzioni svolte tra direttori generali e dirigenza”.
Questo affinché si eliminino incongruenze organizzative, si diano risposte al mantenimento e alla stabilizzazione dei lavoratori occupati con una migliore distribuzione delle risorse economiche.
Ciò anche in linea ai processi di riorganizzazione delle autonomie locali previste dalla Legge 18/2012 e dal riordino del sistema sanitario regionale, dai quali a tutt’oggi non si danno risposte definitive di riassetto istituzionale e nel mantenimento dei livelli occupazionali e professionali esistenti”.
All’attacco del CISL ha riposto la Regione con un comunicato che riportiamo integralmente.













