L'Umbria si colloca al tredicesimo posto, tra le regioni italiane, nella graduatoria Irpef, mentre è purtroppo al primo posto per l'aliquota Imu sulle attività produttive
tributi-locali

Un’analisi di Confcommercio, realizzata in collaborazione con il CER – Centro Europa Ricerche, dimostra l’aumento esponenziale della pressione fiscale anche a livello regionale.
Negli ultimi 20 anni la spesa corrente delle amministrazioni centrali (Stato e altri enti) è cresciuta del 53%. La spesa di regioni, province e comuni del 126% e quella degli enti previdenziali del 127%: il risultato è che la spesa pubblica complessiva è raddoppiata.
Per fronteggiare questa dinamica si è assistito ad una esplosione del gettito derivante dalle imposte (dirette e indirette) a livello locale con un aumento del 500% a cui si è associato il sostanziale raddoppio a livello centrale.
Inoltre, nell’ultimo decennio, risulta quasi triplicata l’incidenza delle addizionali regionali e comunali sull’Irpef.
Le singole regioni mostrano dati molto differenziati rispetto all’incidenza della tassazione locale.

L’Umbria ha il non invidiabile primato della tassazione Imu sulle imprese, con l’aliquota più alta in Italia: 1,06 contro lo 0,76 del Lazio e di molte altre regioni. Pesante anche l’aliquota regionale Irap, che grava sulle imprese per il 3,90.
Per quanto riguarda il peso complessivo dell’Irpef, l’Umbria si colloca al 13° posto nella graduatoria delle regioni italiane, con l’1,39 di Irpef regionale e 0,70 di Irpef comunale, tra le aliquote più alte.
Secondo la Confcommercio della provincia di Perugia, “uno degli obiettivi principali del federalismo fiscale, quello, cioè, di mantenere inalterata la pressione fiscale a carico dei contribuenti, è stato del tutto disatteso rendendo, pertanto, sempre più necessario un maggiore coordinamento fra le politiche tributarie attuate ai diversi livelli di governo. Non si trovano infatti, almeno fino a questo momento, tracce di compensazione fra i livelli locali e centrali, prevalendo invece una tendenza alla duplicazione di spese ed entrate”.
 
Secondo i dati dell’analisi Confcommercio, per quanto riguarda le spese, tra il 1992, quando sono stati avviati i primi decreti sul decentramento amministrativo, e il 2012, le uscite primarie correnti delle amministrazioni locali sono salite da 90,5 a 205 miliardi, con una variazione cumulata del 126%. Nello stesso periodo la spesa delle amministrazioni centrali è passata da 225 a 343,5 miliardi, con un incremento del 53%.
A fronte dell’aumento della spesa sostenuta a livello locale i trasferimenti provenienti dalle amministrazioni centrali sono aumentati in misura molto contenuta, passando da 72 a 86 miliardi di euro, +20% in 20 anni.
Non sorprende quindi che le imposte a livello centrale siano aumentate del 95% (da 186 a 362 miliardi) mente quelle riconducibili alle amministrazioni locali siano cresciute da 18 a 108 miliardi, con un eccezionale incremento di oltre il 500%.

Infine, nell’ultimo decennio, risulta quasi triplicato il peso delle addizionali regionali e comunali sull’Irpef complessiva gravante sui salari: dal 4,2% all’11,2% nel caso del lavoratore "single"; dal 5,8% al 17,1% nel caso del "coniugato".
Nel complesso, l’analisi Confcommercio mostra come l’auspicata riduzione della pressione fiscale non possa prescindere da una diversa attuazione del federalismo, che interrompa la duplicazione di funzioni e impedisca la sovrapposizione fra tassazione locale e centrale.

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