Nell'approssimarsi dei 50 anni dal disastro del Vajont si afferma che quello fu un "eccidio" provocato dalla presunzione dei tecnici e tecnici sarebbero i responsabili del cedimento dello scolmatore della Diga di Montedoglio quasi tre anni fa, ma sono tutti morti
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La notizia che a quasi tre anni dal cedimento della diga di Montedoglio, i tecnici della Procura di Arezzo sono giunti alla conclusione che il cedimento del concio del canale scolmatore ha avuto come causa principale il cemento armato di scarsa qualità con cui fu realizzato e c’è  secondo il procuratore di Arezzo,  c’è anche una responsabilità di chi doveva verificare, getta una luce inquietante sull’attenzione alla sicurezza delle popolazioni sulle quali incombono opere gigantesche.

Con il crollo del concio nel canale scolmatore furono riversati a valle quei giorni, 55 milioni di metri cubi d’acqua. Finiti nel Tevere e usciti, in parte, dal fiume, con onda di piena, danni e paura da Anghiari fino a Città di Castello.
Di queste responsabilità di fatto nessuno sarà chiamato a rispondere perché tecnici e progettisti sono ormai tutti non più in vita tranne l’ex direttore dell’Ente Irriguo Umbro Toscano a cui difficilmente si potrà attribuire la diretta conoscenza del pericolo.

Ma con questa notizia ne fa il paio un’altra ben più grave, per le conseguenze che ci furono, e che chiama in causa ancora una volta i tecnici per quel disastro del Vajont di cui ricorrono a giorni i 50 anni.
Non i tecnici progettisti e gli esecutori della diga
che resse all’impatto di un’ondata alta 300 metri che superò il culmine della diga, scatenata dalla caduta nel bacino artificiale di un’enorme frana dal limitrofo monte Toc il 9 ottobre di 50 anni fa.

Secondo una testimonianza pubblicata da il Messaggero.it, quella frana non fu un fatto casuale bensì fu provocata ad arte perché i tecnici avevano assicurato che avrebbe generato un’onda 100 volte più piccola di quella che invece fu: soli 30 metri, che non avrebbe superato il culmine della diga e tutt’al più avrebbe procurato solo qualche spruzzo.
Invece i calcoli erano sbagliati ed a subire le conseguenze della caduta nel bacino di 260 milioni di metri cubi di volume, furono in 1910, tutti morti.

Per questo le scuse a nome della Nazione del capo del dipartimento della protezione civile, Franco Gabrielli, e poi del ministro per l’ambiente, Andrea Orlando e le ammissioni del Presidente Nazionale dell’ordine dei Geologi, sono parziali: non di errori nel valutare la situazione statica della zona e la possibile evoluzione naturale si sarebbe trattato ma di errori dovuti alla presunzione, non scevra i interessi economici, di apprendisti stregoni che hanno giocato con le vite altrui.

Le frasi più sensate appaiono quelle del Ministro Orlando “Le resistenze delle popolazioni e dei comitati non si possono sempre liquidare come localismi dei no, ci sono esperienze di chi vive nei luoghi che meritano altrettanto rispetto delle perizie tecniche.
Le famiglie del Vajont si opposero e denunciarono per tempo ciò che già si sapeva e si poteva evitare".

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