Un enorme foro nel tufo di 36 metri di profondità, scavato dagli Etruschi per attingere acqua sorgiva ed ampliato per ordine di Papa Clemente VII tra il 1527 e il 1530 con lo scopo di rifornire la città di Orvieto in caso di assedio.
E’ il Pozzo della Cava che per oltre 200 anni non fu più visibile: venne chiuso al pubblico nel 1646, quando, in seguito ad una rissa, vi furono gettati cinque ufficiali francesi; è stato
riscoperto nel dicembre del 1984 e nel 2004 è stato ripristinato l’originale accesso da Via della Cava
La riscoperta del Pozzo della Cava rappresenta un caso unico nel panorama dei beni culturali italiani: un monumento nazionale riportato alla luce e gestito direttamente dalla famiglia che ne è proprietaria.
Proprio così, le nove grotte ipogee del Pozzo della Cava, nel cuore del quartiere medievale di Orvieto, sono state recuperate e rese visitabili, nel corso degli ultimi venti anni, senza che nessun contributo pubblico sia mai stato erogato, né per i lunghi e laboriosi lavori di recupero degli ambienti e dei numerosi ritrovamenti che ospitano, né per la loro promozione e manutenzione.
La singolarità dell’intera struttura è quella di accogliere al suo interno un grande numero di ritrovamenti archeologici etruschi, medievali e rinascimentali gli uni accanto agli altri, quasi stipati nelle grotte che costruiscono il percorso di visita al pozzo, con secoli di storia accavallati in un susseguirsi di usi e riusi degli stessi ambienti.
E spesso le nuove scoperte, avvenute nel corso degli ultimi venti anni hanno aggiunto altre pagine alla storia della città e rimesso in discussione tesi consolidate.
Il Pozzo della Cava, fu il primo pozzo realizzato ad Orvieto su commissione di Papa Clemente VII , rifugiatosi in città dal sacco di Roma nel 1527 ( non quello di San Patrizio, come si era creduto fino al 1999, quando un noto ricercatore orvietano, confrontando date, editti e scritti di Antonio da Sangallo il Giovane, ha risolto l’equivoco).
Non meno singolare la vicenda legata alle due fornaci di ceramica rinvenute al pianterreno delle grotte del Pozzo della Cava, che hanno potuto dimostrare una produzione di maiolica anche nel XV e nel XVI secolo, ritenuti fino ad allora i periodi bui della ceramica orvietana, ed hanno iscritto Orvieto tra i pochissimi centri di produzione dei preziosi “lustri” cinquecenteschi, famosi per l’iridescenza dei loro colori
E così, continuando a scendere nei sotterranei, tra pozzi‐butti medievali e qualche cunicolo, tra
una cisterna etrusca trasformata in cantina e i resti di una casa‐torre duecentesca, si arriva alle ultime grotte del percorso, aperte al pubblico nell’ottobre 2003, dopo più di un anno di lavori.
A colpire, oltre all’imponenza di queste stanze, la più grande delle quali raggiunge i 14 metri di altezza, è lo straordinario valore dei resti rinvenuti: nonostante una infinita serie di riutilizzazioni etrasformazioni, infatti, sono ben identificabili alcune nicchie per urne cinerarie, praticamente identiche a quelle presenti nelle tombe più antiche di Norchia, nel Lazio.
L’eccezionalità di una tale scoperta sta nel fatto che fino a qualche anno fa non erano mai state rinvenute, in tutto il territorio, sepolture risalenti al primo periodo di permanenza degli Etruschi ad Orvieto.
L’ultima sorpresa, in ordine di tempo, risale al 2004, in occasione dei lavori per il ripristino del grande arco su Via della Cava che nel Rinascimento costituiva l’unico accesso al pozzo.
A ricordare ai cittadini sia la presenza del pozzo che la sua chiusura, avvenuta con ogni probabilità in seguito alla Guerra di Castro, era stata apposta dalle autorità comunali una lapide nel 1646.
Proprio rimovendo quella pietra si è potuto scoprire che l’iscrizione era stata scolpita sul retro di una spessa lastra di marmo con bellissimi bassorilievi altomedievali, prelevata dai sotterranei della vicina collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo.









