Dal 1980 ci si è rivolti di più verso la rendita finanziaria dei gruppi industriali e delle grandi famiglie perugine e non si è più prodotta ricchezza vera
ossessione denaro

“Guardando la storia, ogni volta che l’atteggiamento predominante dei gruppi dirigenti si orienta alla rendita e non alla produzione di valore, manufatturiero o industriale, si creano strati di poveri.”
Lo ha affermato il prof. Roberto Segatori dell’università di Perugia al convegno organizzato dagli otto Lions club della zona B della IX circoscrizione (Perugia host, Trasimeno, Volumnia, Augusta Perusia, Concordia, Fonti di Veggio, Corciano Ascanio della Corgna e Deruta) del Perugino, del distretto 108L,  per parlare de “Le nuove povertà. Dall’associazionismo al disegno di una società civile. Analisi e proposte”.

L’analisi del docente coincide con quanto andiamo da tempo sostenendo su questo sito, con un’importante precisazione che riteniamo opportuno fare.
Nel concetto di rendita non deve comprendersi quella immobiliare. Per crearsi un patrimonio edilizio occorre mettere in moto, impiegando i propri soldi, proprio un’attività industriale (l’edilizia) e poi continuarla a tenerla in moto se si vuole che i fabbricati continuino ad essere in buono stato.
Perciò tartassare il settore immobiliare, come si fa adesso, è un errore. Certo non si possono agevolare coloro che dai fabbricati spremono solamente, ma – per esempio – consentire la detrazione dal reddito delle spese di manutenzione consentirebbe di fare la necessaria cernita.

Le cause economiche e quelle sociali delle nuove povertà sono state al centro anche dell’intervento al convegno da parte del prof.Luca Ferrucci. “La categoria dei giovani – ha detto– è quella che ha pagato il conto più forte, sia quelli che non hanno lavoro che quelli che hanno un lavoro precario.
I giovani oggi sono sempre più in difficoltà nel generare nuovi nuclei familiari e crearsi professionalità adeguate.
In sostanza, i paracadute che la storia aveva dato alla povertà, i meccanismi del welfare state, funzionano poco per gli anziani e per nulla nei confronti dei giovani, sia in termini di mercato del lavoro sia in termini di salari di sussistenza e simili. La gravità della loro condizione è la priorità di questo Paese per combattere la povertà”.

“ Questo vale anche per l’Umbria. La regione ha avuto dall’1880 al 1980 delle stagioni molto interessanti di sviluppo industriale. Poi ci si è rivolti di più verso la rendita finanziaria dei gruppi industriali e delle grandi famiglie perugine e non si è più prodotta ricchezza vera”.
Da qui le conseguenze che Segatori ha chiamato “le 4 sindromi della povertà”: quella “in senso materiale” con 36mila famiglie, cioè 100mila persone, in Umbria, sotto la soglia di povertà (circa 800 euro al mese); quella “da pudore” con un ceto medio che, retrocesso in termini di guadagno, si vergogna del proprio impoverimento e implode; quella “da stress” con giovani che, a causa dei problemi sul lavoro, vivono rapporti conflittuali fra loro, con il conseguente aumento di separazioni e divorzi; “l’impotenza”, ultimo atto, con giovani che smettono di  studiare e cercare lavoro.

Con il novero delle problematiche, infine, è stato tempo di parlare di soluzioni. “Uscire da una visione economicistica dell’umano vivere – ha concluso Gabriella Parodi, presidente di Federmanager Umbria – significa incominciare a pensare in termini di solidarietà, parlare non più solo in termini di prodotto interno lordo, ma anche di Fil, felicità interna lorda. Una novità nel mondo dell’economia che pochi applicano, ma che oggi bisogna considerare”.

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