Le regole italiane ed europee sulla parità di genere, in specie nel lavoro, fino ad ora sono state intese come strumento di protezione delle persone di sesso femminile, ma forse ora si è giunti ad un punto di svolta ed a essere danneggiati dalle discriminazioni sembrano essere i maschietti.
Un lettore, infatti, ci ha segnalato una singolare e probabilmente ingenuamente improvvida risposta ad un curriculum, inviata da una impresa perugina dichiarando:” c.vitae non idoneo solamente x sesso: l’azienda preferisce personale femminile”.
Al riguardo si ricorda che la Ue, scrive così:
“L’uguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei principi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. Gli obiettivi dell’Unione europea (UE) in materia di uguaglianza tra le donne e gli uomini hanno lo scopo di assicurare le pari opportunità e l’uguaglianza di trattamento tra donne e uomini, nonché di lottare contro ogni discriminazione basata sul sesso”
E poi a commento della Direttiva 97/80/CE del Consiglio, del 15 dicembre 1997 precisa “Il principio della parità di trattamento significa assenza di qualsiasi discriminazione, diretta o indiretta, basata sul sesso.
Vi è discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una pratica apparentemente neutri recano pregiudizio in modo sproporzionato agli appartenenti a un sesso, a meno che il fine perseguito con l’applicazione di tale disposizione, criterio o pratica sia obiettivamente giustificato, e i mezzi per raggiungerlo siano idonei e necessari.”
Ed inoltre “Gli Stati membri, in conformità dei rispettivi sistemi giudiziari nazionali, adottano le misure necessarie affinché, allorquando la parte ricorrente presenta a una giurisdizione o a un’istanza competente elementi di fatto che consentano di presumere l’esistenza di una discriminazione, spetti alla parte convenuta provare che non vi sia stata violazione del principio di uguaglianza.”









