Le origini e le conseguenze del sistema corruttivo nell'azienda Italia furono indicate già 9 anni fa in un pamphlet satirico scritto in Umbria
sveglia201

Le vicende di Mafia Capitale hanno messo a nudo un mondo di corruzione, collusione, favori, “creste” ecc. nel sistema degli appalti e gestione di servizi pubblici da parte di cooperative o sedicenti tali.
Ma nessuno è andato oltre alle polemiche del momento, nessuno ha scavato o grattato la pelle del problema che ha infettato le pubbliche amministrazioni.

Eppure, in un pamphlet satirico scritto in Umbria 9 anni fa, le conseguenze dell’esternalizzazione di servizi pubblici o outsourcing, come usa chiamarlo chi vuole evidentemente ammantarlo di mistero, erano chiaramente individuate ed è bastato ancora una volta un Buzzi qualsiasi ad esercitarsi con profitto privato.

Così si scriveva nel 2006:
“Coloro che maneggiavano l’outsourcing non erano vincolati da alcuna regola o norma che li obbligasse a scegliere i loro collaboratori con procedure imparziali e trasparenti.
Avevano, gli stessi, il massimo interesse affinché il controllo sul loro operato avvenisse nel modo più morbido possibile.
Come meglio combinare le due cose che scegliersi come collaboratori amici dei capi branco ? “

Oggi, 2015, le considerazioni non sono affatto cambiate, anzi le condizioni per un’ulteriore salto in avanti della corruzione nella conduzione degli affari pubblici vengono giorno per giorno alimentate senza sosta.

A farlo una classe politica che, tutta concentrata sulla propria lucrosa sopravvivenza, specializzata in chiacchiere, polemiche e nell’apparire, è incapace di controllare chi dovrebbe essere chiamato a dare attuazione, in modo autonomo e responsabile, alle sue scelte, ha scelto la scorciatoia di mettere il morso e le briglie strette alla dirigenza pubblica, legandola mani e piedi alla sua sorte: meglio un asino ubbidiente che un purosangue, ma così le corse non si possono vincere.

Così la politica è diventata il “padrone” dell’azienda Italia, soppiantando quello che vollero i padri della Repubblica, quando la “proprietà” era definita dalla Costituzione: art 98 – I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione; art. 97 – I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.

Ora è facilmente argomentabile che, se il pubblico impiegato è scelto e nominato a tempo dalla classe politica, ha due grosse tentazioni, alimentate dal desiderio di non dover fare, dopo un po’, come il gambero.

In primis, è supinamente piegato ad ogni e qualsiasi desiderio del politico che lo nomina a tempo, lo può revocare e gli può rinnovare o meno l’incarico, determina le sue retribuzioni.
In secondo luogo, di fronte all’incertezza, comunque, del buon esito dei suddetti comportamenti è tentato di “far provvista” per un incerto futuro, perché a nessuno piace retrocedere nella scala sociale.

E quando il dirigente pubblico ha tanti di tali pensieri è ovvio che il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione passano in terzo piano

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