Se prevenire le discriminazioni culturali significa applicare lo “Standard per l’educazione sessuale in Europa” elaborato dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Oms e BZgA (di seguito il link al documento http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf) che ad esempio per la fascia di età compresa fra 0 e 4 anni parla di “diversi tipi di amore” o di “diritto di esplorare le identità di genere”, allora forse c’è qualcosa che ci sfugge. Perché le priorità della scuola tuderte e dei suoi studenti non sono quelle di “attuare programmi educativi che aiutino i giovani ad affrontare il peso che esercitano i modelli culturali, mediatici e commerciali nella formazione di bambine/i e di ragazze/i” come sostiene la lista Todi città aperta – che appoggia la candidatura di Carlo Rossini – ma ben altre.
Lo chiedano, i candidati, a tutte quelle famiglie che in questi giorni stanno iscrivendo i loro figli all’asilo nido comunale e che, indipendentemente dal loro reddito – che sia di centomila o di diecimila euro l’anno – dovranno fare fronte alla stessa retta, fra l’altro più alta del nido privato presente in città. Lo chiedano, ancora, a tutti i genitori che invece mandano i figli alla scuola dell’infanzia e che devono sostenere i costi per il materiale didattico, per le uscite scolastiche e per provare ad attivare – con grande sacrificio delle insegnanti – qualsiasi tipo di progetto educativo, dall’attività motoria ad un corso di inglese. Lo chiedano, i candidati di Todi città aperta, a tutti i bambini che frequentano le nostre scuole, che devono vivere spesso in spazi ristretti, senza la possibilità di un giardino, con giochi vecchi di anni, costretti ad utilizzare bagni che trovano più spesso rotti che funzionanti. Lo chiedano a quei bambini che magari vorrebbero andare a scuola, ma che non possono perché il trasporto scolastico non copre tutte le zone della città e quindi, inevitabilmente, c’è qualcuno che resta a piedi. Lo chiedano, se proprio vogliono occuparsi di scuola, a tutte quelle famiglie che non trovano posto negli asili nido e che vorrebbero fare affidamento sulla legge varata in Umbria nel 2012 – da una maggioranza di centrosinistra – che introduceva in regione la sperimentazione dei “nidi familiari” ma che è rimasta lettera (pressoché) morta: la rete dei tagesmutter di casa nostra avrebbe dovuto coinvolgere 19 comuni e 40 operatrici per altrettante strutture e ospitare così circa 160 bambini. Ad oggi, le strutture operative sono meno di una decina.
La dignità e il rispetto per l’altro – in quanto persona – sono valori assoluti che non si insegnano costringendo i bambini a scambiarsi d’abito, a dipingersi i corpi nudi o a far finta che le differenze non esistano. E poi, se proprio si vuol far riferimento alla Costituzione, non si citino articoli a caso, ricordando piuttosto che l’articolo 30 recita testualmente che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Alla scuola spetta il compito di formarli, alle Istituzioni (almeno) quello di provare ad offrire a tutti le stesse possibilità.











