La Diocesi ritiene l'articolo pubblicato dal Messaggero riportante la segnalazione del restauratore Marcello Castrichini diffamatorio: da qui la replica puntuale
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È vero. Ludovico il Bavaro è passato più di una volta a San Fortunato. Oltre a quella citata nell’articolo è passato approfittando dell’Unità d’Italia, a cui fece seguito un’altra spoliazione della chiesa con la scomparsa, ad esempio, di tutto i mobili delle sacristie. È passato ancora, (il luogo doveva essergli piaciuto) una cinquantina di anni fa, quando, per un assurdo senso di purismo, vennero rimosse dalla chiesa la quasi totalità delle tele dipinte che arredavano le varie cappelle, spogliati gli altari, rifatti quasi totalmente in forme piuttosto discutibili. Tutto venne collocato nei magazzini: tele, candelieri, tovaglie, tabernacoli… tutto o quasi irrimediabilmente perduto. Un’altra capatina la fece negli anni Settanta, quando tutto il materiale fonico del grande organo settecentesco venne restaurato e di seguito immagazzinato: tutto irrimediabilmente perduto, così che l’organo di san Fortunato è attualmente una monumentale scatola vuota.

Agli inizi del secolo scorso, essendo rimasta la chiesa di san Fortunato senza officiatura a seguito dell’espulsione “unitaria” dei francescani, vennero trasferite al suo interno le sedi di tre parrocchie della città: San Quirico, San Benedetto e SS.mo Salvatore. Insieme al titolo vennero trasferiti in san Fortunato anche tutti gli arredi delle omonime chiese, arredi che rimasero di proprietà delle parrocchie stesse e per lo più collocati nelle sacristie, che vennero ricavate all’interno della chiesa per ciascuna delle parrocchie stesse. A tal motivo, molti degli arredi presenti ancora in san Fortunato sono proprietà non del Comune di Todi, proprietario della chiesa, ma della parrocchia della SS.ma Annunziata, alla quale le tre parrocchie sopra citate sono state nel tempo aggregate.

Cinque anni fa circa, a seguito di una rottura dell’impianto idraulico sovrastante, la volta della sacristia fu imbevuta di quintali di acqua, con una crescita esponenziale di umidità all’interno degli spazi sottostanti, che andò ad aggravare una situazione già deteriorata a motivo della pressoché assenza di manutenzione degli ultimi decenni. Oltre ciò, ancora fino ad oggi, proseguono, pressoché quotidiane, cadute di intonaco dalla volta stessa. È stato anche a motivo di ciò, oltre che della inadeguata collocazione che le aveva nascoste alla visione dei fedeli per oltre un secolo, che si decise di rimuovere da un magazzino annesso alla sacristia, una tela del Pentini, raffigurante i Dolenti ai piedi della Croce, sormontata da un Crocifisso ligneo totalmente ridipinto e datato dalla Soprintendenza al XVI secolo. Le due opere portavano ancora la targhetta con sopra scritto “Parrocchia SS. Salvatore” e la documentazione di archivio della parrocchia e della Curia ne documentavano chiaramente l’appartenenza.  Più tardi, con l’autorizzazione della Soprintendenza e dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali, la tela del Pentini fu collocata nella chiesa di san Giorgio appena restaurata, mentre il Crocifisso, sempre con le adeguate e necessarie autorizzazioni, è attualmente in restauro.

Certamente il Prof. Castrichini, non nuovo a scoperte di vario tenore, avrebbe dovuto faticare molto meno se fosse intervenuto un anno fa circa alla riapertura della chiesa di san Giorgio quando, in una conferenza pubblica, fu detto chiaramente della provenienza della tela del Pentini e come ora arrivava in questa chiesa.

Sempre per i motivi di cui sopra, la tavola della Madonna a cui si fa riferimento nell’articolo a firma di Luigi Foglietti, fu estratta dalla cornice e collocata all’interno di un armadio presente nella sacristia. È ancora a san Fortunato, anche se, purtroppo, a una prima visione attenta, sembra essere rimasto della tavola ben poco della pittura originale.

Con grande capacità osservativa si è costatato che da due anni, nella chiesa Santuario della Consolazione è stata collocata una tela raffigurante la stessa immagine venerata nella chiesa, purtroppo visibile solo da lontano ed estremante deteriorata. Lì, sottratta ai magazzini polverosi di una delle sacristie di san Fortunato che l’avevano trattenuta, certamente, per molti decenni, con altrettanta capacità osservativa è stata vista da migliaia di persone che l’hanno potuta non solo vedere, ma anche farla tornare a riferimento della loro preghiera. Senza considerare che non è finita in una collezione privata, ma in una chiesa di proprietà pubblica (La Consolazione-ETAB) controllata dal Comune di Todi.

Nell’articolo sopra citato si lascia intravvedere un certo appropriarsi, da parte della Chiesa tuderte, di opere appartenenti al Comune, con la sparizione delle stesse. Nello spoletino c’è un modo di dire che, rifacendosi a modi e usi del passato nemmeno troppo lontano, quando per ottemperare a certe necessità fisiologiche occorreva “scendere in campo”, riferendosi a situazioni di questo tipo sentenzia: “Invece di lamentarsi il… sedere, si lamenta l’ortica”.  Parliamo tanto, nella nostra città, di salvaguardia del patrimonio artistico, di valorizzazione del patrimonio culturale, e poi ci si scaglia contro, anche con accuse infondate, a chi cerca di agire in tal senso, mettendoci anche risorse proprie.

In questi ultimi tempi si è provveduto al restauro delle chiese di santo Stefano, di san Giorgio, è stata riaperta la chiesa della Nunziatina alle visite, si stanno ultimando le procedure per i lavori di ristrutturazione della chiesa di santa Prassede mentre sono in stato avanzato i lavori della chiesa di san Filippo; si conta di metter mano, entro il prossimo anno, alla chiesa di Santa Maria in Camuccia; si sono restaurate opere quali quelle presenti in San Giorgio, si sta restaurando il crocifisso ligneo di cui abbiamo parlato e l’ultima delle tele del Duomo non ancora restaurata, opera del Faenzone … e sono altri benemeriti che ci devono fare le pulci?  Senza dire che diverse opere in mostra da decenni nei musei comunali sono state date in prestito dalle parrocchie di Todi senza alcuna pretesa, se non quella che servano alla valorizzazione della nostra Città.

Si dice, sempre nell’articolo citato, che sono sparite opere anche dalle chiese di proprietà ecclesiastica. Ci piacerebbe che il prof. Castrichini ci dicesse quali sono, e da dove sono sparite. Altrimenti sono calunnie.

Sappiamo bene che il prof. Castrichini possiede una vasta documentazione fotografica del patrimonio ecclesiastico: per anni ha lavorato per tante parrocchie quasi in regime di monopolio, fino a quando non ci si è accorti che le sue tariffe superavano di due, a volte di tre, quelle di molti altri restauratori. Sappiamo comunque che ha un vasto archivio fotografico anche dal fatto che spesso lo ha usato in pubblicazioni della sua editrice Ediart, senza nemmeno informarci in quanto proprietari… e nella nostra società non c’è posto per i fuori legge.

 

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