Anche in tempo di coronavirus, ho dato la disponibilità a fare, per il PD, la rappresentante della lista n. 4 “Mascio per l’Umbria” nelle elezioni suppletive che hanno interessato il Collegio Uninominale Umbria n.2 del Senato.
Probabilmente non era necessario, vista la scarsa affluenza che ha determinato, al seggio n 1 (Todi centro) una percentuale di votanti pari al 15,93% ed un risultato quasi scontato.
Ho condiviso il mio ruolo con Ilaria, la rappresentante della lista n. 1 di centrodestra, un’amica che avevo perso di vista e che mi ha fatto piacere incontrare di nuovo.
Nonostante la notizia, a seggi aperti, dell’adozione di provvedimenti sempre più restrittivi delle libertà personali in conseguenza dell’aumento del numero dei contagiati, né io né Ilaria abbiamo pensato di abbandonare il “campo”.
Ad Ilaria, che fa la cassiera in un grande supermercato e si trova, ogni giorno, esposta ad una distanza inferiore al metro ed a me, che, più volte, nei giorni antecedenti il voto, ho frequentato il Tribunale e le udienze, attività sospese solo venerdì scorso, è sembrato meno pericoloso stare in un luogo dove erano transitatepoche persone che,non avendo mai formatoalcunafila, hanno permesso il rispetto delle precauzioni minime raccomandate dalle autorità competenti.
Mi rendo conto di mettere troppa passione in quello che faccio e che il senso innato della responsabilità mi porta ad impegnarmi, a volte, in modo eccessivo ma, non per questo, perdo di vista la realtà.
Il mancato rinvio delle elezioni suppletive, a differenza di quanto è avvenuto per il referendum confermativo, è stato dal mio punto di vista, un errore grave.
Il seggio, di per se’, infatti, non è un ambito che presenta caratteristiche idonee a preservare dal pericolo del contagio del coronavirus.
Sotto tale aspetto, solo la bassissima affluenza alle urne, alla fine abbiamo contato solo 155 persone, ha consentito lo svolgimento della votazione con un certo margine di tranquillità.
Mi pare, comunque, del tutto incomprensibile, se non addirittura contraddittorio, aver dato via libera all’apertura dei seggi e contemporaneamente aver chiuso scuole, chiese, musei, teatri e molti altri spazi pubblici e privati suscettibili di potenziale affollamento e, vietato persino, la celebrazione di matrimoni e funerali. Com’è possibile che la necessità di ricoprire un posto vacante in Senato abbia avuto la priorità sulla salute pubblica, nella fattispecie di tutti i cittadini, mentre si rincorrevano e si facevano sempre più pressanti gli appelli a restare in casa e ad evitare il più possibile gli spostamenti e gli assembramenti?
Misure queste ritenute dagli esperti le sole a disposizione per arginare il dilagare del contagio.
Al danno si è aggiunta anche la beffa: la risibile percentuale di votanti ed il risultato conseguito, che ne esce in qualche modo “falsato”, non possono trovare giustificazione né logica alcuna di fronte ad una emergenza sanitaria che rischia di assumere proporzioni enormi, mai viste prima. Inoltre era anche facilmente prevedibile che l’esercizio del diritto di voto sarebbe stato condizionato dalla paura del contagio, dalle reiterate raccomandazioni di cautela e di isolamento nonché dalla scarsa comunicazione data ai cittadini, ormai sintonizzati quasi completamente sul coronavirus.
Per una manciata di voti è stato, quindi, impiegato, un consistente quantitativo di denaro pubblico che, in questo momento, poteva essere destinato al raggiungimento di obiettivi più importanti come, ad esempio, l’ approvvigionamento di quelle risorse umane e di dispositivi indispensabili per il trattamento e per la sopravvivenza dei malati più gravi di cui vediamo ogni giorno crescere il numero.
Nelle Raccomandazioni elaborate dalla Società Italiana di anestesia, analgesia rianimazione e terapia intensiva si legge che se l’emergenza continua “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in TI (terapia intensiva).Non si tratta di compiere scelte meramente di valore ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità disopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata in un’ottica di massimizzazione di benefici per il maggior numero di persone. In uno scenario di saturazionetotale delle risorse intensive decidere di mantenere un criterio di “first come first served”equivarrebbe comunque a scegliere di non curare gli eventuali pazienti successivi che rimarrebbero esclusi dalla terapia intensiva“.
Una prospettiva non troppo lontana se non si dovesse fermare il propagarsi dell’ epidemia.
Siamo dunque giunti all’ “Apocalisse dell’umanità”?








