Dopo mesi di quarantena non prevaleva più la voglia di tornare alla vita di prima ma di ricominciarne un’altra. Saremo in grado di mantenere un equilibrio e di sopportare i grandi cambiamenti che ci aspettavano?
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La vita super frenetica che eravamo abituati a consumare prima del virus con i suoi ritmi folli ci aveva privato di qualcosa di essenziale: il “nostro” tempo. Quel margine di spazio di vita in cui ti concentri per prendere una decisione, ti interroghi se sei pronto o no ad affrontare qualcosa di nuovo. Un lavoro, un rapporto, un’amicizia. Ti leggi dentro per cercare il tuo istinto e farlo prevalere su una decisione altrimenti presa in modo superficiale. Tutto era troppo veloce. Non si doveva perdere tempo. Anzi, contingentarlo il più possibile in infinite cose da fare. Protagonista assoluta la quantità non la qualità. Anche la lettura di un libro aveva i suoi spazi ma sempre estremamente ridotti e marginali.

I mesi trascorsi a casa ci avevano restituito un po’ del nostro tempo, spazi da riempire con i nostri affetti prima di tutto ma anche con un rinnovato incontro interiore con noi stessi. Molti avevano capito che essere impulsivi ed irruenti nelle decisioni non era quasi mai il comportamento più appropriato mentre una riflessione più approfondita poteva portare a scelte migliori.I nostri figli erano sopravvissuti alla prigionia casalinga senza particolari difficoltà. La tecnologia aveva tenuto vivo il rapporto scolastico e il tempo dello svago era diventato un contenitore di idee in cui dar sfogo alla fantasia…  I più anziani erano diventati sempre più indispensabili come risorsa da tutelare e proteggere per la loro debolezza e come baby sitter di emergenza per i più piccoli. Come memoria storica colmavano dei vuoti con storie del passato mai raccontate.

Ma la categoria più colpita psicologicamente dal lungo periodo di sospensione dalla routine erano stati i manager! Abituati a prendere treni ed aerei con una costanza maniacale, dimenticandosi spesso che la tecnologia poteva supplire ad una presenza fisica, si erano trovati agli arresti domiciliari in una condizione di estremo disagio. Avevano provato con le conference call, Skype e tutto quello che offrivano i nuovi mezzi di comunicazione ma non era bastato. La frustrazione da “non riunione” era evidente. I non viaggi cominciavano a pesare non poco sul loro equilibrio conquistato in anni di costante consunzione da appuntamenti, staff meeting, tavole rotonde, convegni ecc… I ritmi blandi non rientravano nel loro meccanismo mentale di concezione di vita normale in cui ogni minuto, ogni secondo doveva essere assolutamente ben organizzato.

Malgrado tutto questo la necessità di adeguarsi significò per alcuni anche l’opportunità di migliorarsi, di evolversi, di dare alla loro vita ed al loro futuro un’esistenza meno consumata. Ma erano una minoranza. Dopo mesi di quarantena a casa non prevaleva più la voglia di ricominciare la vita di prima ma di ricominciarne un’altra. Come tutti i cambiamenti troppo repentini questa attesa del nuovo nascondeva una trappola insidiosa. E se tutto fosse peggio? Più complicato? Più competitivo? Il rapporto con gli altri cosa ci avrebbe offerto di diverso, di nuovo? Saremmo stati in grado di mantenere un equilibrio e di sopportare i grandi cambiamenti sociali che ci aspettavano?

Il dubbio cominciò a prendere il sopravvento. In molti, scampati al virus, cominciarono ad ammalarsi a casa per la paura di ciò che avrebbero trovato una volta nuovamente fuori, liberi. Era come una rinascita non voluta, un risveglio da un coma da cui devi riacquistare la conoscenza dei tuoi sensi, ma in fondo non ti va’, non ne hai la forza.
E il tempo passava. Erano oramai la maggioranza nel mondo le persone che avevano fatto questa scelta. Non uscire più! Accontentandosi del loro passato.

Ero riuscito ad averne una. La società farmaceutica controllata dallo Stato le dispensava attraverso meccanismi clientelari poco chiari. Avrei rivisto la mia vita come un bellissimo film riassaporando i momenti più emozionanti e le sensazioni più intense… Dalla finestra della mia stanza Roma mi stava regalando uno dei suoi tramonti meravigliosi. La pillola aveva un bel colore arancione ed un sapore dolce e rassicurante. Mi distesi sul divano. Un lampo accecante mi chiuse gli occhi e il file dei miei ricordi si srotolò veloce…
Eravamo ormai cinque miliardi nel mondo ad aver fatto questa scelta.

La mattina dopo Luisa come al solito salì portandomi la posta. Mi trovò senza vita sul divano. Gli occhi chiusi ma sembravo ancora sorridere. Mi guardò. Sorrise anche lei e da un fazzoletto estrasse la sua pillola arancione di un buon sapore dolce!
Era l’aprile del 2030.

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