La nuova ondata di flussi migratori provenienti dalla Tunisia è il segnale della grave crisi economica e politica che il paese sta attraversando. L’Italia è il paese europeo  più esposto alle conseguenze che ne derivano e a ricevere i danni maggiori.

La crisi del paese nordafricano, aggravata dall’emergenza sanitaria covid-19,  è determinata da vari fattori quali il crollo del turismo, la riduzione  delle trivellazioni petrolifere, il calo del prezzo delle olive e di conseguenza dell’olio  per un eccesso di produzione.

La Tunisia è il secondo produttore mondiale di olio di oliva ed esporta nella UE, cioè in Italia e Spagna, il 70 per cento della produzione attraverso una concessione temporanea di esportazione a dazio zero per 35.000 tonnellate che è scaduta il 31 dicembre 2017. Nell’anno 2019 ha esportato in Italia 57.000 tonnellate di olio. Tutto questo a fronte di una produzione media di 180.000 tonnellate degli ultimi anni.

Ma ecco il problema. Per il  2020  è attesa una produzione di  350.000 tonnellate. Il prezzo dell’olio è già crollato, alcuni frantoi hanno chiuso i battenti. Considerato che il paese ha una capacità di stoccaggio totale di 100.000 tonnellate dobbiamo aspettarci una vera inondazione  perché le autorità tunisine hanno già annunciato la necessità di  esportare 250.000 tonnellate di olio.   

Il prodotto risulta  di bassa qualità, viene venduto dall’ONH (National Oil Office) al prezzo di 1,8 euro al litro e una volta giunto in Europa e in Italia potrebbe essere venduto ad  un prezzo poco superiore ai due euro al litro. Con questi prezzi è difficile reggere l’aggressività della concorrenza e salvaguardare  i dop e  igp extravergine italiani.

Nel  2019 la produzione italiana di olio ha registrato un +89% con 330.000 tonnellate, trainata dalle regioni del sud,  restituendo un po’ di buon umore, ma a febbraio 2020  si è presentato un problema imprevisto: un aumento delle giacenze che ha generato un calo del 45 per cento del prezzo dell’extravergine,  poco sopra i 3 euro al litro, mettendo in allarme i produttori per la difficoltà di remunerare i costi di produzione a quel livello di prezzo.

Maglia nera, invece,  per le regioni del centro e nord, -50 per cento Emilia Romagna, -20 per cento Toscana, -43 Liguria. L’Umbria, come le altre regioni del centro, -28 per cento rispetto all’anno precedente (6.300 tonnellate nel 2018 e 4.500 nel 2019), dato che ha fatto lievitare il prezzo, e, in attesa dei dati 2020, probabilmente  con molte incognite per i danni provocati dalla grandine di inizio agosto, potrebbe accadere che  proprio la nostra regione, e non solo questa, con un nuovo calo di produzione  possa essere attratta da un olio a basso costo con gravi danni recati a produttori e consumatori. 

Aver creato il  sistema europeo delle denominazioni dop e igp  per  tutelare i prodotti agricoli e alimentari e consentire poi  un’ ingresso di olio extraeuropeo a dazio zero equivale a  dire “io ti ho creato e io ti distruggo”  generando ripercussioni molto penalizzanti in un mercato già con andamenti non positivi mettendo sull’altare del sacrificio il comparto olivicolo-oleario italiano che sarà quello che sosterrà il costo maggiore rispetto a quello di altri paesi europei.

Il delicato scenario tunisino, aggravato anche  da una disoccupazione giovanile del 35 per cento, è fonte di grande preoccupazione per il governo italiano per i continui sbarchi definiti “flussi incontrollati”: 6.500 arrivi a settimana contro solo 80 rimpatriati. 

La recente missione italiana del 17 agosto dei ministri Lamorgese e Di Maio, interno ed esteri, è servita solo a  concedere al governo tunisino un compenso più elevato, da 6,5 milioni  di euro a 11 milioni per scoraggiare le partenze dalle proprie coste in direzione Italia, utile a dare agli italiani l’illusione di qualche giorno senza sbarchi per poi riprendere copiosamente in attesa della prossima missione. Così l’Italia paga per avere olio e immigrati.

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