Condividi su facebook
Condividi su twitter
La riscoperta della biodiversità sempre più una risorsa anche per la promozione turistica del territorio: il caso della nuova Guida di Repubblica dedicata ai territori di Amelia, Narni e San Gemini
fave fichi ciliegiolo amelia narni

Storia, arte, cultura certo, ma sempre più anche enogastronomia e, soprattutto, biodiversità, tipicità locale. Sono i temi alle quali attinge la comunicazione e la promozione turistica, con la ricchezza di chiese, di palazzi e di monumenti “cucinata” con la riscoperta di altre risorse a lungo dimenticate. In Umbria la “sostanza” non manca, anche grazie ad un’attività di recupero e valorizzazione della biodiversità che vede da decenni impegnato il 3A, Parco Tecnologico Agro-Alimentare di Pantalla di Todi.  Un lavoro, quello dei ricercatori del Parco, che non sarebbe stato possibile senza gli agricoltori che hanno conservato le vecchie varietà dell’Umbria, utili oggi per una nuova economia locale, anche sul fronte turistico.

L’esempio più vicino, in ordine di tempo, è lo spazio che la Guida di Repubblica dedicata a Amelia, Narni e San Gemini dà alle produzione veraci di quelle terre. Nella pubblicazione al tema sono dedicati vari articoli, con un elenco lungo e dettagliato di nomi che suscitano subito interesse e curiosità. Come la fava cottòra, la cui coltivazione viene mantenuta viva da alcuni produttori che si collocano tra Amelia e Guardea. Quando viene raccolta è come se fosse già cotta dal sole, da qui il suo nome. Viene anche chiamata mezza fava per le dimensioni ridotte del seme. Le fave vengono tradizionalmente messe in acqua fredda, che viene poi riscaldata fino a bollire, e lì riposano per una notte intera. Vengono quindi scolate e selezionate, per essere poi condite soltanto con olio extravergine d’oliva, sale, pepe e cipolla fresca, oppure ripassate in padella con pomodoro e cipolla. O ancora a purea, condita con olio extravergine d’oliva, sale: ideale anche per le bruschette. Ma il più classico degli utilizzi è la “striscia con le fave”, preparata il giorno della macellazione del maiale: si lessano le fave con il grasso della zona ventrale del maiale e poi si condiscono con il grasso stesso, ormai sciolto.

Ad Amelia è di rito parlare della produzione dei fichi Girotti, prodotti dalla omonima famiglia dal 1830. Si tratta di fichi secchi farciti con frutta secca e cioccolata. Una produzione che nella cittadina umbra ha origini antiche. Già nel Medioevo, gli amerini dovevano donare al papa “centum pignatuli ficuum”, proprio in virtù della loro bontà. Questa tradizione è stata portata all’eccellenza dalla ditta di Antonio Girotti, che fu patriota e carbonaro. Quella al lavoro oggi è la quinta generazione di Girotti, impegnata ancora oggi in una produzione interamente eseguita a mano: dopo aver selezionato i fichi migliori, questi vengono collocati in stampini per essere farciti con mandorle, noci, canditi e cacao e quindi pressati, fino ad assumere la tipica forma a rotella.

A Narni il protagonista è invece il tipico Ciliegiolo. Inserito nel registro regionale solo nel luglio 2019, è uno degli autoctoni a minore diffusione e ad elevato rischio di scomparsa. Le piante madri sono state ritrovate in un vigneto impiantato agli inizi del 1900 con le cultivar localmente coltivate in quell’epoca. Ma in questo territorio i secoli hanno modellato una ampia varietà non solo di viti, ma anche di olivi e frutti del tutto peculiari. Ecco allora che il comprensorio potrebbe essere attraversato sulle tracce dell’Olivo Raio, conosciuto con diversi sinonimi accertati (Ragghio, Razzo, Rajjo) fin dall’antichità, ma la cui prima menzione riferita a questa porzione di terra è del 1888, nel volume “L’Umbria olearia”. Oppure della susina Armascia, gialla, e della susina Verdacchia, due vecchie cultivar i cui nomi derivano con ogni probabilità da una delle tante varianti o storpiature dialettali. Ancora, il fico Bianchelle, il fico Cuore, le albicocche, conosciute con nomi quali Culo di cognata, Ginestra, Ungherese, o le mele.

Altra freccia all’arco di tanta ricchezza genetica ci sono i grani antichi, il cui fulcro è in questo caso il Molino Spilaceto, fondato nel 1927, dove Federico e Gianluca hanno avviato da diversi anni un progetto di filiera con la coltivazione in loco di varietà del passato (Timilia, Russello, Maiorca, Verna, Autonomia, Saraceno), la lavorazione delle granelle di frumento tenero e di grano duro in un vecchio molino per l’ottenimento di farine non raffinate, fino ad arrivare alla trasformazione e produzione di pasta artigianale e perfino di birre, sempre da grani antichi.

La Guida di Repubblica dedicata ad Amelia, Narni e San Gemini è in distribuzione dal 4 dicembre ed è disponibile in edicola e libreria ed anche online su Amazon, Ibs e al link ilmioabbonamento.gedi.it

condividi su:

Condividi su facebook
Condividi su twitter