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A Perugia Amensty International Umbria organizza la proiezione del documentario che racconta la sua vicenda
Locandina evento_10 settembre_Amnesty International

Amensty International Umbria organizza la proiezione del documentario Corpo a corpo di Francesco Corona, venerdì 10 settembre alle ore 21 nel chiostro di San Fiorenzo di Perugia in via della Viola, 1. Interverrà Paolo Scaroni, protagonista del documentario e il regista Francesco Corona. Modererà Pierangelo Cenci, responsabile della Circoscrizione umbra di Amnesty.

Il 24 settembre 2005, dopo la partita di calcio tra Verona e Brescia, all’interno della stazione di Verona si verificano gravi incidenti tra polizia e tifosi ospiti. In molti vengono feriti e Paolo Scaroni rimane a terra, in fin di vita. Prova a rialzarsi ma si accascia di nuovo ed entra in coma. Si risveglia due mesi più tardi, gravemente menomato a causa del pestaggio subito. “Una volta a terra ero inerme, c’era una mano che mi dava colpi. Ricordo i laccetti dei manganelli girati al contrario che mi battevano davanti agli occhi e i colpi che affondavano nel cranio” racconta Paolo Scaroni.

Prima di quel giorno e di quella violenza senza senso, Paolo Scaroni era un allevatore di tori, portava avanti un’azienda agricola con più di duecento bovini da macello ed era campione regionale di arrampicata su roccia. Faceva parte del gruppo ultrà “Brescia 1911”, ragione per cui si trovava quel giorno alla stazione di Verona.
Il film si sviluppa nel corso di dodici anni, seguendo a distanza ravvicinata la via crucis affrontata dal protagonista per trovare una nuova identità di uomo. Sullo sfondo del racconto, contrapposto al territorio della provincia bresciana, spunta prepotente l’universo ultrà in Italia.

“Quel giorno mi ricordo erano tutti in divisa però tutti avevano il volto coperto da un foulard, oltre ad avere il casco e lo scudo davanti, quindi nessuno di loro era riconoscibile”. continua Paolo Scaroni. In 13 anni Paolo non è riuscito ad avere giustizia: i nomi dei suoi aggressori non sono mai emersi, i colpevoli che hanno distrutto la sua vita e i suoi ricordi non sono stati riconosciuti perché – appunto – non erano identificabili da nessun elemento e quella sera avevano il volto coperto.

Quanto accaduto a Paolo conferma, ancora una volta, come una maggiore trasparenza non possa che facilitare l’accertamento delle responsabilità e prevenire episodi gravissimi come questo, oltre che accrescere la fiducia complessiva nell’operato degli agenti. Con questo evento Amnesty International intende porre l’attenzione sulla necessità urgente dell’introduzione di ogni strumento, a partire dai codici identificativi fino alle bodycam, per raggiungere tali obiettivi.
Paolo amava correre e andare in montagna, da allora non ha potuto più farlo. Non ha potuto più lavorare e, cosa più grave, ha perso circa 20 anni di ricordi.

Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, è essenziale che le lacune esistenti vengano al più presto colmate. Tra queste ci sono i codici o numeri identificativi individuali, elemento importante di accountability; il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini.

Da anni Amnesty International promuove un appello che chiede l’esposizione di un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico.
Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio.
È possibile firmare l’appello accedendo al seguente link:

https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/

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