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Un quadro, realizzato circa un secolo fa, ricorda i 72 uomini di Monte Castello di Vibio che persero la vita sui vari fronti del conflitto bellico
Foto di Remo Albini

Alcune famiglie di Monte Castello di Vibio custodiscono ancora gelosamente e con profondo rispetto il quadro, realizzato circa un secolo fa, che riproduce le foto di alcuni soldati caduti o reduci della Prima Guerra Mondiale. Nell’immagine (fotografata da Remo Albini), oltre al re Vittorio Emanuele III e ai due comandanti in capo dell’esercito italiano che si avvicendarono nel corso del conflitto, Luigi Cadorna e Armando Diaz, sono raffigurati 74 militari montecastellesi che, fra il 1915 ed il 1918, affrontarono l’immane tragedia della Grande Guerra, appartenenti alle classi d’età che vanno dal 1880 al 1900.

Dopo la costruzione, nel 1920, dei due monumenti dedicati alla memoria dei caduti, realizzati nel capoluogo di Monte Castello di Vibio e nella frazione di Doglio, la foto ricordo rappresentò, probabilmente, un altro “risarcimento” sia pur simbolico per le famiglie delle vittime che persero, oltre agli affetti più cari, anche tante giovani braccia indispensabili in una società che, all’epoca, era prevalentemente contadina.

Con l’ausilio della Banca dati dei caduti e dispersi della Prima guerra mondiale” del Ministero della Difesa si apprende che i caduti nati a Monte Castello di Vibio o che qui avevano posto la loro ultima residenza furono 72: un numero decisamente superiore a quello indicato nei due monumenti ai caduti in cui venne riportato, probabilmente, il nome del caduto seguendo il criterio del luogo di ultima residenza. La maggior parte di essi, ben 37, persero la vita in combattimento sui vari “teatri di guerra” tristemente noti: l’altopiano d’Asiago, il Monte San Michele (dove per la prima volta vennero usati i gas tossici da parte degli austriaci), l’altopiano del Carso, il Monte Sabotino, l’Altipiano della Bainsizza, il Col di Lana, il Monte Colombara, il Monte Colbricon, il Monte San Marco, il Monte Mesole, il Monte Pal Piccolo, il Monte Valbella e il Monte Grappa.

Fra i settantadue caduti montecastellesi, il fante Domenico Magarini Montenero, perse la vita in battaglia, nel novembre del 1917, durante la fase del ripiegamento verso il Piave in seguito allo sfondamento del fronte a Caporetto da parte delle truppe tedesche e austriache. Il soldato Alessandro Ciani, arruolato nel 6° Reggimento Alpini, cadde invece lungo la linea del Piave proprio nell’ultimo giorno di guerra, il 3 novembre 1918: l’armistizio con l’Austria-Ungheria per la cessazione di tutte le ostilità, infatti, fu firmato quello stesso giorno a Villa Giusti ma entrò in vigore dal giorno successivo.

Date le terribili condizioni di vita nelle trincee e sugli altipiani – spesso a migliaia di metri di altitudine – 19 di loro perirono per malattia: alcuni al fronte, altri in ospedali di campo, altri ancora negli ospedali delle retrovie e perfino in Libia come l’artigliere Agostino Capociuchi e il bersagliere Nello Serpericci (quest’ultimo decorato con la medaglia di bronzo al valor militare). Altri 4 persero la vita a seguito di infortunio o incidente fra cui i fanti Umberto Toccacelo e Augusto Zafferami che il 9 marzo 1916 vennero travolti entrambi da una valanga sul Col di Lana. Infine, 9 soldati, dopo essere stati fatti prigionieri, morirono per malattia nei vari campi di concentramento austriaci e tedeschi dove, per le durissime condizioni di vita, seguirono la sorte degli altri centomila italiani stremati dalla fame, dal freddo e dalla tubercolosi.

Di tre caduti, Umberto Acaci, Giovan Battista Monella e Ernesto Mora, non si conoscono le circostanze della loro morte in quanto non vi è la relativa scheda all’interno dell’archivio del Ministero della Difesa ma anche per questi ultimi, come per gli altri, vale il pensiero dello scrittore Ernst Heminghway che, nel 1918, prese parte, come volontario, alla Prima Guerra Mondiale nel corpo di spedizione degli Stati Uniti:Nei tempi antichi è stato scritto che è dolce e decoroso morire per la propria patria. Ma nella guerra moderna non c’è niente di dolce e opportuno nella morte. Si muore come cani senza un valido motivo”.

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