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Un inceneritore in Umbria è illogico. Un impianto dimensionato su 130 mila tonnellate non solo è al di sotto della soglia minima di sostenibilità economica, ma è incongruente con i numeri scritti nel nuovo piano dei rifiuti in via di adozione. Lo Scenario A “Incenerimento con recupero energetico diretto”, infatti, si basa su una proiezione di riduzione della produzione totale di rifiuti del -5% nel periodo 2020-2030. Nel decennio precedente 2010-2020 la riduzione è stata del -20% e il conferimento in discarica, grazie alla raccolta differenziata, è sceso del -30%. Una proiezione, quindi, ridicola che non tiene conto della Direttiva UE 2019/904 sulla plastica monouso e gli obiettivi di recupero di materia del 65% contenuti nel Pacchetto economia circolare del Green Deal, misure che ridurranno drasticamente i rifiuti e che farebbero fallire l’impianto nel giro di pochi anni con conseguenze incalcolabili sui conti pubblici. Non solo: dati del piano alla mano la vita residua delle discariche umbre, dopo l’ampliamento e al momento dell’entrata in funzione dell’inceneritore, sarebbe di 2 anni e mezzo.

Il grande bluff della giunta Tesei esplode proprio mentre sta per essere varato il nuovo piano rifiuti. Sono infatti sempre più insistenti le indiscrezioni riguardo interlocuzioni volte alla realizzazione di un impianto interregionale da 400.000 tonnellate, quindi oltre tre volte più grande di quello ipotizzato a gennaio. Nei giorni scorsi la stampa ha riportato l’interesse del colosso lombardo A2A, azienda quotata in borsa che detiene il 27% della storica azienda umbra di ceramiche Tagina. Interesse manifestato in incontri, mai smentiti, con l’assessore regionale e vicepresidente della giunta, Roberto Morroni, che vedrebbe la società in procinto di chiedere l’autorizzazione per un inceneritore da collocare in area appenninica e volto a servire tutto il centro Italia.

Senza entrare nel merito dell’impatto ambientale e climatico di un simile impianto – che l’UE ha bocciato per l’ennesima volta lo scorso 22 maggio includendo gli stessi inceneritori tra gli impianti obbligati a partecipare al mercato ETS (Emissione Trading Sistem) – si sta varando una exit strategy che trasformerebbe l’Umbria nel camino unico del centro Italia. Lo stesso Francesco Di Maria, professore di ingegneria all’Università di Perugia e membro del CTS che affianca Morroni nella predisposizione del piano di gestione rifiuti, in un’intervista rilasciata al magazine economiacircolare.com il 26 ottobre 2021 ha affermato che “la dimensione economicamente sostenibile per nuovi impianti di incenerimento è una capacità di circa 400 mila tonnellate/anno”. Praticamente la stessa quantità prevista nell’inceneritore di Roma.

Il sindaco di Gualdo Tadino, improvvidamente, si è detto pronto a discutere “senza alcun approccio ideologico” questa possibilità, mentre il silente Presidente dell’Auri e sindaco di Todi Ruggiano appare il braccio armato della giunta regionale. Ci auguriamo da una parte che tale disponibilità alla discussione non sia una prerogativa concessa esclusivamente alla destra e dall’altra che si abbia il coraggio di uscire allo scoperto per favorire una seria discussione sui costi e benefici di un’operazione che riporta le lancette indietro di 30 anni. Si prenda esempio dal buon governo del centrosinistra in comuni come Narni, dove negli ultimi anni si è superato il 75% di raccolta differenziata, così da poter comprendere come trasformare anche altri comuni in esempi virtuosi. Senza andare a scomodare il modello trevigiano ricordiamo che la vicina Toscana – amministrata da sempre dalla sinistra – ha fatto una scelta precisa sul nuovo inceneritore di Firenze. Andando oltre al “partito del no” ha avviato investimenti impiantistici a tappeto sul massimo recupero di materia. Ha deciso di voltare pagina dismettendo gli inceneritori esistenti: un tempo sul territorio toscano erano 11, scesi a 7 nel 2013 e oggi precipitati a 4 con un paio (Livorno e Montale) di prossima chiusura.

Oltre all’impatto emissivo dell’impianto stesso, invitiamo il sindaco di Gualdo Tadino a riflettere sugli effetti del transito di almeno 20 mila mezzi pesanti ogni anno: equivale a dire 90 tir al giorno contando solo quelli lavorativi, 15 transiti ogni ora considerando l’orario di ingresso/uscita su 12 ore, praticamente uno ogni 4 minuti. Come può tutto questo essere compatibile con il principio DNSH “Do No Significant Harm” che è il paradigma centrale di ogni politica europea? Condividendo il principio secondo cui le discariche sono il male assoluto, com’è possibile sostenere un impianto di incenerimento che manderebbe in discarica 30.000 tonnellate, esattamente il doppio dei rifiuti di un sistema incentrato sul massimo recupero di materia?

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