Il lavoro povero non può essere sostenuto, neppure indirettamente, dalle risorse pubbliche. Sta emergendo con forza un tema che non può più essere eluso: il lavoro povero non può essere finanziato con soldi pubblici.
Quando un Comune affida un servizio, assume una responsabilità che va ben oltre il mero criterio del prezzo.
Il punto politico è chiaro: ogni appalto pubblico racconta quale idea di comunità si intende costruire. Se prevale esclusivamente la logica del massimo ribasso, il rischio è quello di scaricare il costo dell’efficienza sulle lavoratrici e sui lavoratori.
La questione riguarda la qualità del lavoro, la dignità delle persone e l’impatto sociale delle scelte amministrative. Per questo l’introduzione, nei contratti pubblici, di una soglia minima di 9 euro lordi l’ora, insieme al rafforzamento delle clausole relative alla stabilità occupazionale, alla parità di genere e all’inclusione, rappresenta un cambio di passo importante.
Si tratta di una diversa idea di amministrazione pubblica: un’istituzione che non si limita ad acquistare servizi, ma orienta il mercato verso standard più giusti, responsabili e sostenibili. Anche il confronto strutturato con le organizzazioni sindacali e le parti datoriali va in questa direzione: costruire regole condivise, trasparenti e partecipate.
Perugia e Genova hanno scelto questa strada.
E allora la domanda è semplice: perché a Todi il salario minimo negli appalti comunali, la tutela della dignità del lavoro e l’impegno per una pubblica amministrazione più giusta non sono ancora una priorità?
Il lavoro dignitoso non è un privilegio. È un diritto. E ogni istituzione ha il dovere di difenderlo, ogni giorno.














