Poliedrico e proiettato verso il futuro. Questo è forse il modo più idoneo per sintetizzare gli interessi, la personalità e lo spirito del nuovo dirigente scolastico dell’Istituto tecnico agrario “Augusto Ciuffelli”, Paolo Frongia, subentrato da settembre a Giovanni Ruggiano, ora in pensione.
Lo incontriamo nel suo ufficio, in un clima informale e accogliente. La sua carriera inizia con il cinema e il teatro, fa lo scenografo e poi il produttore. Alla fine arriva alla scuola, prima insegnando al Liceo d’arte di Orvieto e poi come dirigente scolastico nella città della rupe, quindi a San Venanzo e infine a Todi.
È veramente interessante come, dopo una vita ricca di arte, abbia voluto “per scelta”, cosa che tende a sottolineare, dirigere un istituto tecnico, e non uno tra tanti, ma una scuola che ha fatto la storia della città di Todi.
È questo che si percepisce dalle sue parole: la consapevolezza di stare lavorando in una vera e propria “istituzione”.
Come mai ha scelto di venire proprio in questa scuola? “Ai miei tempi l’agraria era l’altra faccia della medaglia scolastica per chi faceva il liceo. Da giovane suonavo il piano in un complesso (ndr “I Tuderti”) e una delle nostre prime performance è stata proprio al teatrino di questo istituto. Come per tutti i tuderti, per me questa scuola è stata ed è ancora un simbolo e un riferimento. Mi è sembrato così un vero ritorno a casa. Ho una grande stima per questo istituto dove esiste un equilibrio tra teoria e prassi, che è quello che costituisce la vera competenza. Sapere, saper essere, saper fare: queste devono essere le finalità della scuola. Mi sono trovato a mio agio fin da subito, anche se non so se lo stesso vale per gli altri…”.
Qual è stata la sua impressione arrivando qui? Che cosa ha trovato e come si è trovato? “Sono arrivato e mi sono sorpreso di trovarmi così a mio agio. Certamente devo conoscere di più l’istituto, ma è come se mi fossi sentito in un ambiente non estraneo. Questo mi ha dato anche la voglia e l’entusiasmo di andare avanti, perché la scuola non ha mai un punto di arrivo, altrimenti sarebbe una specie di museo. La scuola deve essere allineata e parallela ai cambiamenti della società, non può fermarsi in un’isola felice dove all’interno ci si racconta sempre le stesse cose. Il rapporto con la società esterna può essere più o meno costruttivo, ma vi è comunque un riflesso”.
Com’è stato il “passaggio di consegne”? “Anche se non c’è stato un passaggio di consegne ufficiale, c’è stato però un momento di incontro anche perché con Ruggiano c’è una conoscenza antica e cordiale. Gli ho chiesto delle indicazioni e dei consigli. Ho parlato anche con i presidi precedenti, Gagliardini e Pasqualini, perché credo che abbiano dato molto a questa scuola. Anche se sono una persona diversa dagli altri, questo forse è anche l’aspetto positivo. Ognuno dà il suo contributo personale, ma cercando una continuità. La scuola si deve trasformare, ma ricercando una coerenza. Per questo ho ritenuto opportuno, visto che è una scuola che ha sempre funzionato, relazionarmi con chi mi ha preceduto”.
Ha dei progetti per il futuro? “Questa è una scuola particolare e complessa, ma che ha anche la sua specificità e la sua bellezza. Credo che il lavoro che vada portato avanti sia quello di conservare questa specificità e di valorizzarla. Va mantenuto l’aspetto culturale e della conoscenza, ma va valorizzato l’ambito delle competenze scientifiche. L’azienda agraria – la fattoria, la raccolta dei prodotti, la lavorazione del prodotto- va vista in una maniera più sperimentale. Deve entrare nella didattica anche come aspetto di innovazione e non deve esserci una distanza tra l’azienda e la partecipazione degli studenti. L’attività deve essere più concatenata e più coerente con le nuove tecnologie, tendenze e aspettative. Al di là dell’aspetto economico, l’ambito dell’agricoltura e del rapporto con la terra è fondamentale, anche per le ricerche che sono in corso. È un ambito in continua evoluzione”.
Secondo lei, come deve relazionarsi un preside con le altre componenti della scuola, gli studenti, i docenti, i genitori e il personale? “Secondo me, ci sono due aspetti paralleli che devono essere portati avanti. Da una parte c’è un ambito organizzativo e relazionale interno, in cui il preside deve avere anche un ruolo di mediatore. Deve stabilire un’armonia come prerequisito dell’efficienza. Siamo come in un’orchestra, che è fatta da tanti strumenti che devono essere accordati in modo che non venga fuori uno stridio. L’altro aspetto importante è quello della vision, cioè il punto di vista della progettualità strategica, la capacità di mettere i semi in modo che poi possano fiorire. Il preside non deve vedere la scuola nell’ambito della propria attività professionale, ma proiettata nel futuro secondo una prospettiva generale e una strategia a lungo termine”.
Qual è la sua opinione personale sull’attuale situazione della scuola italiana e sulla riorganizzazione che sta avvenendo. Cosa ne pensa e cosa accadrà, secondo lei, da qui ai prossimi mesi? “Una riorganizzazione della scuola è necessaria, ma deve riguardare il livello di efficacia e di efficienza, non solo quello economico. In generale non ho una cattiva opinione della scuola italiana. Mi risulta che gli studenti che escono dalle nostre scuole e università trovino, nell’ambito della ricerca e delle professioni all’estero, un grande prestigio e questo deve essere, in parte, anche merito della formazione che hanno ricevuto. All’interno della scuola la stragrande maggioranza delle persone lavora anche fuori orario perché tutto funzioni. Ma ci sono senz’altro degli aspetti da razionalizzare e da modernizzare”.
Entrando nello specifico della riforma? “I decreti attuativi non si conoscono e quindi si fanno delle supposizioni. Una cosa che potrà essere penalizzante per la nostra scuola sarà il passaggio da un piano orario di massimo 40 ore ad uno di 32. Credo che non si può applicare una normativa senza fare delle distinzioni tra i diversi istituti. Lo stesso vale per gli accorpamenti. È chiaro che alcune scuole possono essere senza svantaggi accorpate, ma questo dipende da una serie di prerequisiti. Non si può fare di ogni erba un fascio. Spero che si faccia chiarezza molto presto in questo senso anche perché le supposizioni, più o meno pessimistiche, possono procurare un po’ di sconcerto. In questo stato di incertezza, infatti, anche i genitori e gli studenti si fanno delle domande, che riguardano le prospettive future. Solo con la chiarezza le scelte possono essere fatte con animo sereno”.








