È acceso in queste ore il dibattito attorno all’utilizzo della pillola Ru486, soprattutto alla luce delle nuove linee guida relative alla somministrazione della pillola abortiva in base alle quali – stando almeno alle anticipazioni diffuse dal ministro della salute, Roberto Speranza – l’utilizzo della Ru486 si potrebbe fare anche a casa, senza necessità alcuna di un ricovero ospedaliero. Anticipazioni queste che andrebbero in netto contrasto con le linee guida emanate dieci anni fa e in base alle quali la Regione Umbria ha emanato lo scorso giugno una delibera in base alla quale si prevedeva il ricovero ospedaliero di almeno tre giorni per la somministrazione della terapia abortiva.

Ci interessa poco, in questo momento, prendere parte ad un dibattito che ha molto dell’ideologico e poco del concreto. Col rischio che, per correre dietro alle polemiche, ci si concentri più sul dito che sulla luna.

Partendo, piuttosto, da evidenze normative e scientifiche, possiamo oggi dire che La legge 194/78 – ossia quella che norma l’interruzione volontaria di gravidanza e che, più in generale, parla di tutela della maternità – prevede che i servizi Ivg siano offerti all’interno di strutture ospedaliere, o comunque strutture autorizzate del Ssn pubbliche o in convenzione. La stessa legge prevede cioè che il processo abortivo avvenga all’interno di strutture del Ssn per garantire l’esistenza dei necessari requisiti sanitari a tutela della salute delle donne che a tali servizi accedono. Non è previsto che il Ssn offra un servizio Ivg in un domicilio privato né attraverso organizzazioni private, proprio per assicurare che l’intervento avvenga in una struttura pubblica, garantita da una assistenza continuativa, a prescindere dalla regolamentazione delle diverse tecniche usate, ovviamente variabili nel tempo.

Dal punto di vista medico e scientifico, l’aborto farmacologico, per sua intrinseca natura, è incerto nei tempi del suo svolgimento, richiedendo mediamente tre giorni per l’espulsione del concepito (embrione o feto umano, a seconda della fase della gravidanza) e che dal momento in cui la donna assume la prima delle due pillole, la Ru486 che causa il distacco dell’embrione dalla parete uterina, non può sapere se, quando e come l’aborto avverrà, cioè se, quando e come inizierà l’emorragia che segna la fine della gravidanza. 

Circa il 5% delle donne abortisce prima del terzo giorno, prima cioè della somministrazione della seconda pillola, che induce l’espulsione del concepito. Una percentuale intorno al 60% abortisce il terzo giorno, entro 4-6 ore dall’assunzione della seconda pillola. Il resto abortisce nelle ore o nei giorni successivi. Il 5% dovrà ricorrere comunque a un intervento chirurgico per aborto incompleto o mancato (fonte: “Linee guida del ministero della salute”).

Alle polemiche ci piace rispondere con i dati. E alle sterile controversie ideologiche con le proposte. Alla luce di quella che è l’evoluzione dei fatti delle ultime ore, la nostra proposta è dunque la seguente. Chiediamo che la Regione Umbria, proprio in virtù della necessità di tutelare la salute delle donne, non faccia alcun passo indietro rispetto alla delibera del 10 giugno ma – rispettosa del ruolo istituzionale e politico che riveste e pur prendendo in considerazione le nuove linee guida del Consiglio superiore di sanità – lasci alle donne e alle strutture sanitarie la possibilità di individuare il percorso più adatto da seguire, tra il day hospital e il ricovero ospedaliero, a seconda dei casi da trattare.

Ma, soprattutto, partendo dalla considerazione che l’aborto resta una sconfitta per chi, purtroppo, è costretto a scegliere questa strada e per la società tutta, si faccia promotrice di azioni concrete di sostegno alla vita.

Todi per la Famiglia sta elaborando un ordine del giorno da sottoporre all’attenzione del consiglio comunale con il quale proporrà di dare piena attuazione alla legge 194/78 e dunque di potenziare l’attività dei consultori, di favorire la nascita dei centri di aiuto alla vita e di creare un fondo regionale di sostegno alla maternità “difficile” al quale potranno contribuire tutte le istituzioni regionali, aperto anche al contributo di privati e associazioni. Chiediamo insomma che l’Umbria eserciti il sacrosanto diritto all’obiezione di coscienza e che tuteli i diritti, partendo proprio da quello più sacrosanto che è il diritto alla vita.

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