L'nviato de "La stampa" ha raccontato a Marsciano la sua esperienza della "Rivoluzione" siriana:  la grandissima maggioranza dei 120mila morti, in questi due anni e mezzo di rivoluzione, sono civili. I combattenti morti sono forse il 10%
quirico-marsciano

Mentre dalla Siria arrivano, dopo l’orrore delle armi chimiche, notizie raccapriccianti come la presenza in più di una decina di casi di una rara malattia che si può contrarre, secondo gli esperti, solo mangiando carne umana.

Mentre sale l’allarme in Europa per il rischio che coi profughi torni il flagello della poliomelite, un quadro della situazione è stato offerto a Marsciano da Domenico Quirico, l’inviato del quotidiano La Stampa che è stato vittima, nei mesi scorsi, di un sequestro mentre si trovava in Siria, nell’ambito del V Convegno della Fondazione Salvatorelli “La Politica dei Media. Stampa, radiotelevisione, internet davanti al potere”, che si è concluso sabato mattina, 9 novembre, con un seminario dedicato alle scuole sul tema dei social network e della gestione dei dati.  

Domenico Quirico è arrivato in Siria ad aprile 2013 e subito si sono perse le sue tracce.
I suoi sono stati 5 mesi di prigionia in mano ai ribelli prima di essere rilasciato lo scorso 8 settembre.
“La rivoluzione siriana mi ha tolto 152 giorni
. Un tempo che non è più mio e non potrò mai recuperare.
Questo è molto più terribile dei maltrattamenti subiti.
Ma non posso dimenticare cosa mi ha detto, l’ultimo giorno di prigionia, il capo dei miei carcerieri: io sari stato di lì a poco liberato, avrei attraversato la frontiera e sarei tornato ad essere un’altra cosa. Lui, e tutti gli altri, no. Sarebbero continuati ad essere prigionieri di quella tragedia”.
Andare in Siria, oggi, a due anni e mezzo dall’inizio della rivoluzione – ha affermato Domenico Quirico – è una forma di suicidio.
Nessuna delle parti che si combattono è in grado di garantire la sicurezza di un giornalista che voglia raccontate questa guerra.
Sono 18 i giornalisti arrivati in Siria di cui non si sa più nulla.
Oggi la Siria è un Paese che non permette di essere più raccontato ed in questo modo esce dalla storia
, perché non c’è un altro modo per mostrare ciò che succede, non bastano internet e i blog. Bisogna essere lì”. 
 
E Domenico Quirico lì c’era, come è stato in tanti altri scenari di guerra, dal Congo, al Mali alla Libia.
Scenari complicati dove, come spiega il giornalista, “è necessario scegliere da che parte stare, da quale delle fazioni in lotta farsi guidare per comprendere ciò che accade. Ma è mio preciso obbligo, nel raccontare una parte, di non dimenticarmi mai dell’altra”.   
“Io non ho alcuna passione per la guerra.

Ma la guerra mi interessa perché è la concentrazione dell’uomo in tutti i suoi aspetti. In uno spazio ristretto e in un tempo breve trovo tutta la tavolozza delle passioni e dei valori umani.
La guerra è capace di esaltare la banalità del male e la banalità del bene.
In Siria, tuttavia, non sono riuscito a rinvenire il bene.
L’ho definita il Paese del male
, non perché i siriani siano cattivi ma perché le condizioni storiche che vivono da due anni e mezzo li hanno obbligati a commettere il male. 
In Siria se hai un fucile sei un essere umano altrimenti sei una vittima, a qualunque età. Il gruppo che mi ha tenuto prigioniero ha una squadra di persone specializzate ad uccidere i singoli individui ed in questa ‘pratica’ i bambini sono manipolabili e uccidono anche meglio di adulto.
Una delle prime persone che ho incontrato entrando nel Paese è stato un bambino che era molto soddisfatto mentre mi mostrava, sul suo telefonino, il video di un feroce pestaggio. La Siria è così diventato il Paese dove non è possibile essere buoni, altrimenti muori”.

Ed è proprio nella capacità di restituire la dimensione della tragedia della guerra che si misura il mestiere dell’inviato di guerra. “In Siria la grandissima maggioranza dei 120mila morti, in questi due anni e mezzo di rivoluzione, sono civili. I combattenti morti sono forse il 10%.

Ma i numeri non dicono niente. Per capire la profondità del dramma siriano, come di ogni altra guerra, bisogna trasformare ognuno di quei numeri in un essere umano.
Dargli un volto e una identità, con sogni, paure e affetti. È questo il mio compito, ovvero quello di creare commozione, di far commuovere per un altro essere umano, qualcosa che abbiamo dimenticato.
E da questo punto di vista la Siria è il fallimento del mio mestiere perché non sono e non siamo riusciti a mobilitare le coscienze, non abbiamo trasformato le emozioni vissute in quel Paese in coscienza.

E per farlo non è necessario mostrare sangue e morti.
La mia foto della Siria è senza sangue e senza morti.
È la foto di una vecchia vestita di nero che avanza verso il fotografo in mezzo ad un paesaggio di cemento ed edifici crollati, di rovine fumanti.
Porta in mano un sacchetto con del pane.
È una immagine come questa che è in grado di mostrarci, in tutta la sua autentica crudezza, la quotidianità del dolore”.  

condividi su: