Il libro della giovane tuderte fornirà uno spunto ulteriore di riflessione sul traffico e lo sfruttamento delle persone che è oggetto dell'incontro del 5 aprile presso la sala del Consiglio dei Palazzi Comunali di Todi
locandina

Debora Bartolini è una giovane tuderte di 27 anni, diplomata al liceo linguistico Jacopone da Todi e laureata in Mediazione Linguistica all’Università degli Studi di Perugia.
Attualmente laureanda al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, lavora da alcuni anni come insegnate di lingua italiana ai minori stranieri nelle scuole della Media Valle del Tevere; lavora inoltre come mediatrice linguistica presso l’Istituto Artigianelli Crispolti di Todi nell’ambito dei progetti contro il traffico e il grave sfruttamento di esseri umani denominati “Non si Tratta” e “Fuori dal Labirinto”, di cui l’ente è soggetto attuatore.
La Regione Umbria è il soggetto proponente di tali progetti che vengono finanziati dal Dipartimento per le Pari Opportunità e cofinanziati dalla Regione Umbria, Comune di Todi e dal Comune di Orvieto.

L’idea di dare voce tramite un libro alle donne vittime di sfruttamento viene proprio da qui: Debora Bartolini raccoglie e seleziona le storie a suo avviso più significative che ha incontrato nel corso della sua esperienza e cerca di romanzarle con lo scopo di farle conoscere al pubblico.

Il suo romanzo “Strade” è stato pubblicato da Europa Edizioni del gruppo “Albatros il Filo” nel Gennaio 2014 ed è disponibile nei principali bookstore on line quali: IBS, Bol, Mondadori, Amazone e Deastore e come catalogo nelle librerie PDE del gruppo Feltrinelli.

Strade” è un romanzo che intreccia le storie di tre giovani donne molto diverse tra loro per età, provenienza e cultura.
In comune hanno la voglia di fuggire alla situazione di sfruttamento cui sono condannate. Clara è un trans di 23 anni, si prostituisce ed è costretta a spacciare. Hope è una ragazza nigeriana venduta dalla famiglia; Samira è una giovane donna algerina ammaliata dalle promesse di un uomo italiano.

Le loro storie raccontano dei percorsi di vita in cui si intrecciano violenza, sopruso, ribellione, fino al racconto delle “svolte” della vita di queste donne che, in modi diversi tra loro, riusciranno a liberarsi dalle catene della schiavitù e riappropriarsi delle loro esistenze.
Nelle vicende di queste donne possiamo riconoscere le storie di tante di vittime sfruttate, come anche possiamo riconoscere i luoghi in cui queste storie si svolgono, perché la violenza e il diniego dei diritti civili sono ovunque, anche nelle nostre piccole realtà cittadine.

 L’autrice risponde: 

Strade”: perché hai scelto questo titolo per il tuo libro?

Si potrebbe pensare che io abbia scelto questo titolo perché il mio romanzo parla di persone che lavorano sulla strada e forse il collegamento è inevitabile, ma io pensavo a qualcosa di diverso. Qualcosa di più ampio.
Pensavo a quando ogni persona si ritrova da sola, con davanti a sè la vita da affrontare e a tutte le scelte che può operare e che la porteranno a percorrere destini diversi. Per questo alla fine del mio libro, ogni personaggio valuta la strada che ha preso, mettendo sulla bilancia il passato e il presente che lo ha condotto dove si trova.

Parlaci dei protagonisti del tuo romanzo.

Il mio romanzo racconta le storie di tre donne, personaggi molto differenti tra di loro, per nazionalità, età e cultura.
Infatti racconto la storia di un trans di 23 anni, di nome Clara, originario del Brasile che è assoldato nella sua patria da un importante e potente gruppo malavitoso per essere inserito in un giro di prostituzione in una città italiana. Si trova costretto suo malgrado a spacciare cocaina per i facoltosi clienti del suo protettore e ogni mossa falsa mette in pericolo la sua vita, fino al punto di rottura che lo spinge ad abbandonare questo modo di vivere.

La seconda storia è quella di una ragazzina di 14 anni di origine nigeriana, di nome Hope. Orfana di padre, viene venduta dalla matrigna ad un’organizzazione di connazionali che traffica giovani donne con la falsa promessa di trovare un lavoro onesto in Italia. Si trova invece costretta a prostituirsi, per di più è obbligata a ripagare i suoi sfruttatori per il debito che ha contratto con loro per il viaggio verso l’Italia e si sente legata senza possibilità di fuga da un rito magico, molto potente nella sua cultura. È vergine quando giunge in Italia e subisce numerose violenze da parte dei suoi sfruttatori. Tenta invano di chiedere aiuto per poter scappare. Quando finalmente trova qualcuno disposto ad aiutarla, forse Hope ha accumulato troppo odio e troppa diffidenza per poter essere salvata.

La terza storia è quella di Samira, un’affascinante ragazza algerina che vive con semplicità insieme alla sua famiglia. Si sta preparando al fidanzamento, quando la quiete della sua vita viene turbata da un uomo italiano, molto più adulto di lei che la corteggia e la ammalia fino a farle decidere di sposarlo, fuggire con lui e in questo modo farsi ripudiare dalla famiglia. Non sa che quest’uomo non è in cerca di una moglie, ma di una vera e propria schiava, sotto ogni punto di vista e Samira è costretta a sopportare ogni tipo di violenza, umiliazione e angheria da parte del marito e del padre di quest’ultimo. Riesce a non perdere la propria dignità e a cercare una via di fuga.

Sappiamo che il tuo romanzo prende spunto da quello che fino ad ora, è stato il tuo lavoro all’interno dei progetti contro la tratta e lo sfruttamento sessuale delle donne. Puoi parlarci di questi progetti?

Dal 2001 presso l’Istituto Artigianelli Crispolti di Todi vengono finanziati dal Ministero due progetti: uno contro la tratta di esseri umani e l’altro contro lo sfruttamento della prostituzione. Questi due progetti, in realtà si completano e compenetrano a vicenda, poiché talvolta il confine tra i due è molto sottile, poiché i soggetti trafficati spesso vengono poi anche sfruttati per scopi “lavorativi”.

I primi anni di sviluppo di questi progetti hanno visto l’Istituto Crispolti come ente proponente del progetto, presentato direttamente presso il Ministero e come ente attuatore, ovvero come ente che si occupava della piena realizzazione del progetto.

Dal 2008 i progetti del territorio regionale sono stati riuniti ed è la Regione Umbria l’Ente proponente di un unico ed articolato progetto che si avvale di molti enti attuatori in tutto il territorio umbro. I due progetti sono denominati “Non si Tratta” e “Fuori dal Labirinto” e si rifanno rispettivamente all’Articolo 13 D.Lgs. 228/2003 e all’articolo 18 D.Lgs 286/1998 del Testo Unico sull’Immigrazione.

Negli ultimi anni è nata anche una stretta collaborazione con il Comune di Todi, partner del progetto nonché co-finanziatore.

Cosa c’è nel tuo romanzo delle persone che hai incontrato, aiutato e guidato nei progetti di aiuto?

L’idea di scrivere un libro è sempre stata nella mia testa. Da anni ho pensato che un giorno o l’altro avrei scritto un libro e avrei provato a farlo pubblicare.

Trovare l’idea giusta, però non è stato così semplice.

Io lavoro da circa due anni presso l’Istituto Artigianelli Crispolti che segue tali progetti fin dal 2001; prima di essere una operatrice, comunque, sono stata una volontaria, dato che il mio contributo è iniziato diversi anni fa, all’età di 19 anni.

Attualmente svolgo un servizio di mediazione linguistica, mi occupo di ascoltare e tradurre le storie delle donne che sono beneficiarie di questi progetti. Questo mio lavoro di traduzione per le Questure e per gli operatori, mi ha permesso di venire a conoscenza di un mondo a me finora ignoto. Un mondo fatto di soprusi e di violenze. Ogni donna che ascoltavo lasciava in me qualcosa: un suo dolore, una sua sofferenza, una sua voglia di rivincita, una sua voglia di cambiamento o una palese incapacità di potersi salvare. Tutte avevano subito le stesse violenze, ma ognuna di loro aveva un modo differente di affrontare il futuro.

Come ogni idea che si rivela positiva, quella di parlare di loro è nata quasi per caso: confrontandomi con la mia collega di lavoro, nonché mia madre. È stata lei a dirmi di prendere sotto mano tutte le storie che mi sono trovata ad ascoltare per motivi di lavoro e riunirle in maniera coerente, in un romanzo che avesse l’unica pretesa di suscitare emozioni in chi lo leggeva.

Io ho scelto tre personaggi molto diversi tra loro per poter dare al lettore uno spettro più ampio possibile, un vero e proprio caleidoscopio. All’interno di ognuno di questi personaggi però convergono tante storie e tante donne: la ragazzina nigeriana ad esempio è anche tante altre ragazze che ho ascoltato: nigeriane, romene, albanesi. Gli episodi che racconto sono quelli che mi hanno lasciato un segno davvero profondo.

Le storie quindi sono tutte vere e gli episodi, seppur modificati per renderli il più possibile adatti ad un romanzo, sono fedeli alla realtà.

Una volta capito che l’argomento del mio romanzo sarebbe stato di dare voce a queste donne che, nonostante siano sotto gli occhi di tutti, nessuno sembra vedere, realizzarlo è stato piuttosto facile: mi sono immedesimata in loro e rileggendo tutte le relazioni e tutti i documenti in mio possesso (relazioni alla questura, denunce delle ragazze, dialoghi avuti con gli operatori…), ho cominciato a scrivere le loro vite, immaginando posti e dialoghi. Laddove non trovavo aiuto nei documenti, immaginando le reazioni, i sentimenti e soprattutto cercando di ricordare le loro reazioni, le loro paure nel raccontare alcune parti delle loro vicissitudini.

Un tema certo non facile per un romanzo; quale era il tuo obiettivo e quale il pubblico a cui pensavi di rivolgerti?

Lo scopo che mi sono prefissa scrivendo questo libro è quello di raggiungere un pubblico il più ampio possibile. Questo argomento è molto complesso, racchiude una miriade di sfumature, di vissuti, coinvolge moltissime istituzioni. Fa parlare i media: giornali, telegiornali. Ma a volte la voce di queste ragazze, così come l’ho ascoltata io, non riesce a trapelare: si perde tra una legge che non viene applicata, una struttura che accoglie troppi bisognosi, un iter burocratico che non funziona a dovere. Io invece ho lasciato solo sullo sfondo questa rete intricata che è la giustizia italiana, ho cercato soltanto di dare voce a queste donne, anzi di riportare la loro voce, senza alcun tipo di mediazione. Sono loro le vere protagoniste, sono loro con i loro pensieri, le loro paure, le loro speranze. Loro, che cercano di trovare un posto nel mondo che non sia quello che è stato loro imposto.

Così facendo mi auguro che il pubblico possa avvicinarsi in maniera più semplice e più diretta a questo mondo, che spesso è strumentalizzato e politicamente manovrato.

 Copertina STRADE di Debora Bartolini

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